Diritto

Mutuo dissenso: imposta di registro proporzionale per “cancellare” la cessione del ramo d’azienda

In ogni fattispecie in cui a oggi (o, meglio, al prossimo 31 dicembre) siano applicabili le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura fissa di 168 euro, si renderà applicabile la nuova misura fissa di 200 euro
Nel caso di risoluzione di un contratto di cessione di ramo di azienda per mutuo dissenso, il contratto con il quale viene convenuta la risoluzione di detta cessione, comportando la retrocessione del bene oggetto del contratto risolto, deve essere assoggettato alla imposta proporzionale di registro

Nel caso di risoluzione di un contratto di cessione di ramo di azienda per mutuo dissenso, il contratto con il quale viene convenuta la risoluzione di detta cessione, comportando la retrocessione del bene oggetto del contratto risolto (cosa che per la legge di registro si verifica anche nella ipotesi di vendita con riserva di proprietà, dato che tale normativa considera detta vendita immediatamente produttiva dell’effetto traslativo), deve essere assoggettato alla imposta proporzionale di registro. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4134 depositata il 2 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR di Bari ha respinto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della CTP che aveva accolto il ricorso di una S.p.A. in fallimento ed annullato il silenzio-rifiuto su istanza di rimborso di tassa di registro corrisposta (a seguito di notifica di avviso di liquidazione) su registrazione di scrittura privata autenticata di mutuo consenso per la risoluzione di un precedente contratto di cessione di ramo d’azienda, nel quale non risultavano espresse clausole o condizioni risolutive di sorta.

La predetta CTR ha motivato la decisione evidenziando che “il valore di € 1.600.000,00 indebitamente assoggettato a tassazione non costituisce né (il contenuto del) la prestazione derivante dalla risoluzione, né il corrispettivo della risoluzione, bensì il semplice riferimento identificativo dell’atto, già registrato e tassato al 3% cui ricondurre gli effetti giuridici della concordata risoluzione. Perciò, in detto atto di risoluzione non poteva configurarsi un trasferimento di ricchezza cui correlare l’imposta di registro mediante la retrocessione del bene ipotizzata dall’Ufficio, ma la semplice volontà delle parti di ripristinare l’originario assetto patrimoniale

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate censura la decisione della CTR per avere omesso di considerare che lo scioglimento del rapporto contrattuale per mutuo dissenso rientra bensì nella più vasta categoria degli eventi risolutivi del contratto ma realizza la ritrattazione bilaterale del contratto con la conclusione di un nuovo negozio, da assoggettare a tassazione secondo il disposto del comma secondo dell’art. 28 del T.U. n. 131/1986.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, l’art. 28 cit. regola due diverse ipotesi di tassazione di atti risolutivi di negozi giuridici, a seconda che trovino fonte in clausole o condizioni risolutive espresse contenute nel negozio da risolvere (oppure stipulate con negozio autonomo ma entro il secondo giorno successivo a quello di conclusione del negozio da risolversi) ovvero in ogni altro atto di volontà.

In relazione a questa seconda ipotesi la norma prevede che l’imposta “è dovuta per le prestazioni derivanti dalla risoluzione”.

Nella specie di causa è pacifico che non si versi in fattispecie annoverabile nella prima ipotesi, siccome il contratto sottoposto a registrazione è dichiaratamente un patto di “mutuo dissenso” a mezzo del quale viene retrocessa la proprietà e la disponibilità del ramo di azienda già oggetto di trasferimento, sicché non resta che inquadrare detto negozio nel novero di quelli che il costante indirizzo interpretativo del Supremo Collegio (tra le molte, Cass. n. 18859/2008; Cass. n. 17503/2005; Cass. n. 4906/1998; Cass. n. 7270/1997) ha qualificato come “(…) nuovo contratto, di natura solutoria e liberatoria, con contenuto eguale e contrario a quello del contratto originario (…)” e con efficacia “ex nunc”.

Un simile negozio giuridico non può che considerarsi, di conseguenza, annoverabile nella categoria residuale contemplata dall’art. 28 cit. e perciò tassato in applicazione della norma contenuta nel comma secondo del medesimo art. 28.

E d’altronde, giudicando in un caso del tutto simile a quello qui in esame (e sia pure a mente del D.P.R n. 636/1972, allora applicabile ratione temporis), la Suprema Corte ha ritenuto che “il contratto, con il quale le parti sciolgono una vendita con riserva di proprietà in conseguenza del mancato pagamento del prezzo, non costituisce per la legge di registro un negozio ricognitivo di un effetto già verificatosi in conseguenza di detto inadempimento, ma produce esso stesso l’effetto di risolvere il precedente contratto, ponendone nel nulla gli effetti con conseguente retrocessione del bene all’originario proprietario. Ne deriva che nel caso di specie non può trovare applicazione il primo comma dell’art. 27 del D.P.R. n. 634/72 (…). Pertanto nel caso di risoluzione di un contratto di vendita con riserva di proprietà, il contratto con il quale viene convenuta la risoluzione di detta vendita, comportando la retrocessione del bene oggetto del contratto risolto (cosa che per la legge di registro si verifica anche nella ipotesi di vendita con riserva di proprietà, dato che tale normativa considera detta vendita immediatamente produttiva dell’effetto traslativo), deve essere assoggettato alla imposta proporzionale di registro da applicarsi con la aliquota prevista per i trasferimenti immobiliari”.

Identiche considerazioni possono riferirsi alla specie di causa.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 4134/2015

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