Lavoro

Mutuo col contratto a tutele crescenti? Sì, ma pagando di più

Mutuo col contratto a tutele crescenti? Sì, ma pagando di più
Le banche prendono tempo, ma intanto propongono una assicurazione contro il licenziamento

La riforma del lavoro, detta Jobs Act, ha nell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e nel nuovo contratto a tutele crescenti il proprio “core business”. In molti si sono chiesti come si comporteranno le banche allorchè un lavoratore con quel tipo di contratto chiedesse un mutuo, se cioè possa essere considerato alla stregua di un lavoratore col vecchio articolo 18 sul piano dell’affidabilità. Ebbene la quasi totalità degli istituti prende tempo in attesa di capire come evolverà il mercato del lavoro in seguito alla riforma. Ma nel frattempo chiedono a chi vuole accendere un mutuo di aprire, contestualmente, una polizza assicurativa che le tenga al riparo da eventuali insolvenze.

Il presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) Antonio Patuelli, dopo settimane di melina in cui si appellava a Bce e all’autorità bancaria europea (Eba) che dovevano “metodologicamente” rispondere al quesito se col ‘tutele crescenti’ si poteva ottenere un mutuo, lo scorso 6 marzo ha sostenuto che “il contratto a tutele crescenti sarà ben visto dalle banche” in quanto “non è un contratto di serie B”. La realtà, all’atto pratico, è però un po’ diversa.

La riforma è legge, ma nessun istituto di credito italiano ha deciso ancora se concederà un mutuo ad una persona che ha il contratto a tutele crescenti. “La richiesta di mutuo io la giro alla centrale”, risponde più di un addetto di front office nelle varie agenzie di Roma di Unicredit, Banca Intesa e Montepaschi, le tre maggiori banche italiane. “Il problema per le banche è misurare il rischio di licenziamento – fa sapere un addetto dietro promessa di anonimato -. Oggi è impossibile farlo. Lo sarà, ad esempio, fra un anno quando sapremo la percentuale dei licenziamenti: se sarà alta, il fattore di rischio sul tutele crescenti sarà allo stesso modo alto. Se sarà basso, gli istituti saranno portati a considerare il “tutele crescenti” una garanzia simile al vecchio contratto a tempo indeterminato, concedendo più facilmente il mutuo.
Nel frattempo però – e qui c’è il cuore del problema – per tutelarsi, tutte chiederanno ai lavoratori col nuovo contratto di sottoscrivere una polizza che li tuteli dal licenziamento”.

Ecco il punto: in attesa di capire quali effetti produrrà il Jobs Act, le banche si tutelano con quello che diventerà, se non un obbligo, quanto meno “un elemento che crea un pregiudizio nell’erogazione del mutuo”. Lo strumento ha vari nomi: “polizza sul mantenimento del posto”, “assicurazione sulla perdita del lavoro”, “garanzia della continuità del reddito”. La sostanza è la stessa: per avere un mutuo serve la certezza del reddito. E con il “tutele crescenti” il rischio di essere licenziati c’è. Ed è alto. Anche se non ancora calcolabile.

Esempi di questi strumenti mettono i brividi. Per una richiesta – comunque informale – di mutuo casa da soli 80mila euro, la Banca Popolare di Novara, ad esempio, a chi ha un contratto a tutele crescenti propone una “polizza contro il licenziamento da stipulare assieme al mutuo stesso”. Il costo? “Circa 10mila euro”. Dunque un ottavo del totale dell’importo del mutuo. Una cifra che spalmata – ad esempio – su dieci anni, farebbe salire la rata mensile del mutuo di circa 40 euro al mese.

La formula usata è melliflua, ma chiarissima nei suoi effetti. Dice il responsabile mutui dell’agenzia della Banca Popolare di Novara: “Certo, la polizza non è obbligatoria. Ma la sua sottoscrizione crea pregiudizio rispetto all’accettazione della richiesta di mutuo”. Insomma: “Se non accetta, il mutuo non glielo diamo”.

Ad una filiale Unicredit invece le cifre non vengono citate, ma si va subito al sodo. “Senza una assicurazione sulla perdita del lavoro non credo proprio che la nostra centrale potrà dare il suo consenso. Sa, senza certezze, come ci potrà ripagare in caso di licenziamento?”. Da Banca Intesa non va meglio: “La garanzia della continuità del reddito è un elemento indispensabile per avere il mutuo”, spiega l’impeccabile addetto ai mutui.

Esiste comunque in tutti i casi una via subordinata. Ed è la stessa che viene chiesta in caso di contratti precari: “La garanzia di genitori o parenti”. Con una firma, saranno loro a prendersi la responsabilità di pagare il mutuo dei figli in caso di licenziamento. Così facendo però il ‘tutele crescenti’ perpetrerà l’apartheid che Renzi voleva cancellare: solo chi ha genitori ricchi, o perlomeno non poveri e precari, aveva, ha e avrà – anche dopo il Jobs Act – una casa di proprietà.

Se in alcune aziende il mantenimento dell’articolo 18 è già offerto come benefit all’atto dell’assunzione, anche le banche proveranno prevedibilmente a “ritagliarsi uno spazio”. Gabriele Piccini, Country Chairman Italy Unicredit, ha per esempio spiegato che “i nuovi assunti, superato il periodo di prova, potranno accedere a mutui e prestiti secondo i criteri normalmente in uso, che in linea con le evoluzioni del mondo del lavoro valorizzano la continuità lavorativa indipendentemente dalla tipologia di contratto e dalla dimensione aziendale”. Piccini ha poi sottolineato come questa decisione sia in linea con “l’impegno di UniCredit a supporto delle necessità finanziarie dei privati e delle famiglie, testimoniato anche dalla crescita (+111%) dell’erogazione di mutui residenziali nel corso del 2014”. Se sarà solo una goccia nel mare, lo sapremo presto.

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