Diritto

Motivazioni fotocopia: la sentenza non è nulla

Motivazioni fotocopia: la sentenza non è nulla
In tema di motivazione delle sentenze tributarie, non può ritenersi nulla la sentenza che esponga le ragioni della decisione limitandosi a riprodurre il contenuto di un atto di parte (ovvero di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari) eventualmente senza nulla aggiungere ad esso, sempre che in tal modo risultino comunque attribuibili al giudicante ed esposte in maniera chiara, univoca ed esaustiva, le ragioni sulle quali la decisione è fondata

In tema di motivazione delle sentenze tributarie, non può ritenersi nulla la sentenza che esponga le ragioni della decisione limitandosi a riprodurre il contenuto di un atto di parte (ovvero di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari) eventualmente senza nulla aggiungere ad esso, sempre che in tal modo risultino comunque attribuibili al giudicante ed esposte in maniera chiara, univoca ed esaustiva, le ragioni sulle quali la decisione è fondata. È da escludere inoltre che, alla stregua delle disposizioni contenute nel codice di rito civile e nella Costituzione, possa ritenersi sintomatico di un difetto di imparzialità del giudice il fatto che la motivazione di un provvedimento giurisdizionale sia, totalmente o parzialmente, costituita dalla copia dello scritto difensivo di una delle parti. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, Sezioni Unite, nella sentenza n. 642 del 16 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra un curatore fallimentare e l’Agenzia delle Entrate. In particolare, una S.r.l impugnava dinanzi alla Commissione tributaria provinciale l’avviso col quale, ritenuta l’omessa presentazione della dichiarazione per l’anno di imposta 2000 ed accertato pertanto induttivamente il reddito per l’anno in questione, l’Agenzia delle Entrate aveva recuperato 665.612,08 euro per IRPEG, 249.817,43 euro per IRAP e 2.846.653,78 euro per IVA, oltre interessi e sanzioni per 4.505.653,68 euro.

Il giudice rigettava il ricorso e la Commissione tributaria regionale rigettava l’impugnazione proposta dalla società, confermando la sentenza di primo grado. In particolare nella citata sentenza i giudici d’appello, premesso di fare proprie le argomentazioni esposte dall’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, hanno rilevato che l’accertamento nei confronti della società era stato effettuato perché era stata considerata omessa la dichiarazione dei redditi per l’anno di imposta in contestazione in quanto redatta su modello non conforme a quello previsto dalla legge, non inviata telematicamente e priva della sottoscrizione del legale rappresentante della società.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la curatela fallimentare, sostenendo, per quanto qui di interesse, che la decisione impugnata era priva di motivazione, essendo quella esposta in sentenza meramente apparente in quanto costituita esclusivamente dalla integrale riproduzione delle controdeduzioni depositate dall’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate nel giudizio d’appello, senza alcuna autonoma valutazione da parte del giudicante e comunque in assenza di una anche sintetica esplicitazione delle ragioni della totale adesione del medesimo alle tesi dell’Agenzia delle Entrate.

La sezione cui il ricorso era stato assegnato, considerato che la decisione del suesposto motivo (il cui esame risultava necessariamente pregiudiziale) comportava la considerazione di principi di rilevanza anche costituzionale, “con possibili ricadute per eadem ratio pure al di fuori del processo tributario, nei processi civili e penali (nonché nei giudizi disciplinari su comportamenti similari)”, con ordinanza interlocutoria n. 1531 del 2014 aveva invocato l’intervento delle Sezioni Unite.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE
Il Supremo Collegio ha ritenuto infondato il ricorso. In particolare, dopo un ampio e dotto excursus sull’evoluzione della “sentenza” è pervenuta ad affermare che per il diritto positivo non si pone un problema di “originalità” ovvero di “paternità” con riguardo alle modalità espressive utilizzate in motivazione, tanto meno con riguardo ai contenuti di essa, e ciò non certo perché, secondo il legislatore e la giurisprudenza, possa ritenersi consentito al giudice attribuirsi la paternità di uno scritto altrui o perché la sentenza possa essere “copiata” da un altro scritto, giacchè, in tali termini, la questione in esame non risulta correttamente individuata ed impostata. Non rilevando il percorso psicologico del giudice ma le ragioni effettivamente poste a sostegno della decisione, neppure può dedursi in maniera aprioristica (come invece sostenuto nel motivo in esame dal fallimento) che, per il solo fatto di essersi limitato a riportare le argomentazioni di un atto di parte, il giudice abbia omesso ogni autonoma valutazione (ovvero abbia omesso di considerare le ragioni della controparte), se ciò non emerge in maniera oggettiva dalla motivazione, ben potendo il giudice avere autonomamente valutato le posizioni ed argomentazioni di entrambe le parti e deciso di conseguenza, utilizzando poi per motivare la propria decisione le ragioni esposte nell’atto di una delle parti (eventualmente anche senza nulla aggiungere ad esse) in quanto ritenute corrette ed esaustive, perciò idonee a dare conto della decisione assunta (ad esempio perché, trattandosi di un atto “in risposta” ad altro atto di controparte – come nella specie, in cui sono state riportate in sentenza le controdeduzioni in appello – in esso potrebbero essere già state prese in considerazione – in maniera ritenuta dal giudice corretta e condivisibile – le ragioni della controparte).

Le Sezioni Unite hanno poi ritenuto l’infondatezza dell’assunto (invero riscontrabile soprattutto con riguardo alla motivazione di sentenze penali) secondo il quale la motivazione della sentenza redatta riportando il contenuto di atti di parte sarebbe da ritenersi sintomatica di un difetto di imparzialità e/o terzietà del giudice. Infine, è stato precisato che la sentenza, in quanto espressione dell’attività del giudice, può venire in rilievo quando questa attività deve essere apprezzata a fini disciplinari o professionali, e comprensibilmente la valutazione professionale e disciplinare si pone su di un piano diverso rispetto a quello della validità della sentenza quale atto processuale, benché quest’ultimo profilo possa ovviamente condizionare il primo.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 642/2015

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