Diritto

Mobilità e licenziamenti collettivi: libertà nei criteri di scelta

Mobilità e licenziamenti collettivi: libertà nei criteri di scelta
In materia di collocamenti in mobilità e di licenziamenti collettivi, ove il criterio di scelta adottato nell’accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali sia unico e riguardi la possibilità di accedere al prepensionamento, tale criterio sarà applicabile a tutti i dipendenti dell’impresa a prescindere dal settore al quale gli stessi siano assegnati, e restando perciò irrilevanti i settori aziendali di manifestazione della crisi cui il datore ha fatto riferimento nella comunicazione di avvio della procedura

In materia di collocamenti in mobilità e di licenziamenti collettivi, ove il criterio di scelta adottato nell’accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali sia unico e riguardi la possibilità di accedere al prepensionamento, tale criterio sarà applicabile a tutti i dipendenti dell’impresa a prescindere dal settore al quale gli stessi siano assegnati. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 14170 del 23 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, confermando la sentenza del giudice di prime cure, ha rigettato l’impugnativa del provvedimento di collocazione in mobilità lunga di un lavoratore, ex art. 1-septies L. n. 176/98, adottato dalla società.

In particolare, la Corte territoriale ha ritenuto che il provvedimento aziendale era rispettoso dei criteri di scelta dei lavoratori fissati negli accordi sindacali intervenuti tra le parti, che su tali criteri non incidevano né l’esigenza – prevista dai detti accordi – di ricerca di un consenso dei dipendenti alla mobilità (non essendo la ricerca del consenso un elemento condizionante la validità del provvedimento) né l’indicazione dei reparti con esubero di personale contenuta nella comunicazione di avvio della procedura di mobilità (atteso che le parti sociali avevano fatto successivamente riferimento al criterio delle esigenze tecniche organizzative e che l’applicazione di tale criterio nell’azienda, priva di autonome articolazioni insensibili alle vicende degli altri reparti, imponeva in ogni caso l’esigenza di prendere in considerazione tutti i dipendenti dell’azienda).

Nel ricorso per cassazione, il lavoratore si duole del fatto che la sentenza impugnata abbia trascurato che il criterio di scelta fissato delle parti sociali era sì quello delle esigenze tecnico organizzative, ma sempre nell’ambito della dichiarazione di mobilità, la quale aveva circoscritto i reparti interessati (e tra i quali non risultava quello cui era addetto il ricorrente), e, per altro verso, per non aver considerato la sentenza che la ricerca del consenso dei lavoratori alla mobilità era attività (oggetto in quanto tale di obbligo datoriale, a prescindere dal risultato) completamente omessa dalla società in violazione degli accordi.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato dal lavoratore. La dichiarazione di mobilità – quale rappresentazione, peraltro solo unilaterale, della situazione aziendale e momento di mero inizio di una procedura destinata a svilupparsi nel confronto delle parti sociali, anche in relazione ai criteri individuati dalle stesse in appositi accordi – non condiziona infatti i poteri delle parti sociali nella determinazione dei criteri da applicare per la soluzione della crisi aziendale né la loro applicazione a tutto il personale dell’azienda, a prescindere dall’assegnazione ai reparti originariamente considerati dalla dichiarazione di mobilità.

Così, l’individuazione del criterio di scelta della prossimità alla pensione del personale previsto dalle parti sociali (criterio legittimo: v. Sez. L, sentenza n. 9263 del 04/05/2005 e Sez. L, sentenza n. 13963 del 26/09/2002), non può che riferirsi, come nel caso avvenuto, a tutto il personale aziendale, a prescindere dall’assegnazione ai reparti originariamente evidenziati nella dichiarazione iniziale della procedura (cfr. Sez. L, n. 26057 dell’11/12/2009).

Può dunque affermarsi che, in materia di collocamenti in mobilità e di licenziamenti collettivi, ove il criterio di scelta adottato nell’accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali sia unico e riguardi la possibilità di accedere al prepensionamento, tale criterio sarà applicabile a tutti i dipendenti dell’impresa a prescindere dal settore al quale gli stessi siano assegnati, e restando perciò irrilevanti i settori aziendali di manifestazione della crisi cui il datore ha fatto riferimento nella comunicazione di avvio della procedura.

Quanto all’aspetto della ricerca del consenso dei lavoratori, la deduzione è infondata, in quanto la mera violazione dell’obbligo puramente procedurale di ricerca del consenso dei singoli lavoratori – configurabile peraltro, nel caso, solo per un limitato periodo temporale nel quale non era ancora intervenuto il collocamento in mobilità del ricorrente – non inficia la legittimità della procedura collettiva.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 14170/2014

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