Italia

Micro credito, la crisi spinge i prestiti ai soggetti non bancabili

Le grandi potenzialità e i nodi regolamentari per incentivare la diffusione del settore e dare ossigeno ai cosiddetti soggetti "non bancabili"
Le grandi potenzialità e i nodi regolamentari per incentivare la diffusione del settore e dare ossigeno ai cosiddetti soggetti “non bancabili”

La missione del micro credito è dare ossigeno ai piccoli imprenditori, agli esclusi dal credito, ai cosiddetti soggetti “non bancabili” e a tutti coloro che rientrano nell’area grigia della protezione sociale e che sempre più spesso sono coinvolti nelle forme di esclusione prodotte dalla crisi. In pratica, il fenomeno del credit crunch cioè la stretta creditizia prodotta dalla mancanza di liquidità delle banche ha aumentato esponenzialmente gli esclusi dal credito. Ed ecco che la povertà diventa un comparto in cui investire. Il tasso di esclusione finanziaria oggi è arrivato al 21-22%, il 5% in più rispetto al tasso di esclusione del 2008 che, secondo i dati europei, era intorno al 16-17%.

Secondo Giampietro Pizzo, presidente di Microfinanza rating e presidente di Ritmi (portale della rete italiana di micro credito), in Italia il micro credito può crescere. Basta volerlo. Emil banca e Banca di credito cooperativo mediocrati (Bccm) sono per l’Europa gli attuali intermediari finanziari di Progress: il programma comunitario europeo da spendere entro il 2015 a favore dell’occupazione e della solidarietà sociale. Ma l’inquadramento dell’intermediario finanziario non è così semplice.

L’intermediario è quella figura giuridica prevista dall’articolo 106 del Testo unico bancario (tub) che però viene usata anche per altre finalità come il credito al consumo. Quindi la normativa non si rivolge esclusivamente al micro credito e rende complicata la vita agli operatori sociali. Con la riforma del 2010 si introduce l’articolo 111 specifico per stabilire i criteri secondo i quali l’intermediario deve operare. Al registro degli intermediari finanziari, però, non può iscriversi nessuno: a tre anni di distanza dalla legge perchè non sono stati ancora emanati i decreti attuativi. E tutta la galassia frastagliata del micro credito italiano rimane in attesa che il Ministero delle Finanze renda operativa la norma.

Certamente ciò che preoccupa di più è l’utilizzo che si farà delle risorse pubbliche che l’Unione Europea metterà a disposizione a partire dal 2014. Le ragionevoli preoccupazioni espresse dal presidente di Ritmi riguardano “almeno un miliardo di euro come prima dotazione e che rischia di non essere utilizzato correttamente in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno“. Infatti, Adie, l’organizzazione di micro credito dell’economista Maria Nowak, considera che il problema della “non bancabilità” riguardi anche l’Europa e non solo il terzo mondo.

Dal rapporto della Fondazione Walfare Ambrosiana (Fwa) di Milano si evince che il 43% delle domande per ottenere il micro credito sono state inoltrate da donne mentre il 57% da uomini e di questi il 61% è rappresentato da cittadini italiani e il restante 39% da stranieri (così ripartiti: il 52% dall’America Latina, con particolare incidenza delle nazionalità Peruviana e Ecuadoriana; il 23% dall’Africa, con presenza maggiore dall’Egitto e dal Marocco; il 16% dall’Europa, in particolare dalla Romania; l’8% dall’Asia; e, il restante 1% dagli Stati Uniti e dall’Oceania).

Il micro credito nasce in contesti internazionali: in Africa, Asia, America Latina dove si sviluppa il modello della “village bank” con la Grameen Bank; intuizione geniale e innovativa di Yunus, premio Nobel 2006. “Fare della povertà un museo“, come si aspettava l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti, oggi rimane una leggenda. E la realtà, purtroppo, è pregna della malformazione culturale dei paesi occidentali: scopertura dei conto correnti, indebitamento delle carte revolving, forme di credito illecito come l’usura.

Nonostante i Paesi al Sud del mondo siano segnati da una forte esclusione finanziaria il settore bancario continua a rimanere piccolo e inadeguato a rispondere alle popolazioni escluse. In Europa, invece, il micro credito, trae origine dalla stagione del mutualismo filantropico tedesco di fine 800 e nasce per rispondere ai problemi degli artigiani, dei piccoli commercianti e dei contadini, dà vita ad una finanza del volgo che porta allo sviluppo: delle banche popolari, delle banche di credito cooperativo e del sistema Raiffeisen bank.

Per Romano Guarinoni, direttore generale della Fwa, in Italia, “il rischio di confondere il micro credito con il credito al consumo è forte“. Districarsi nell’universo del micro credito rimane difficile. Ma certamente un ruolo importante, nell’area metropolitana di Milano, è stato quello del “Prestito della speranza”: un progetto nazionale lanciato dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha costituito un fondo di garanzia e ha coinvolto oltre settemila famiglie.

Anche nel resto del territorio italiano il micro credito si è sviluppato “intorno al campanile”: a Genova con i progetti di Santa Maria del Soccorso; a Torino con la Fondazione Operti e la Fondazione San Paolo; a Vicenza con la Fondazione San Bernardino e con la Caritas. Tuttavia, esistono diversi soggetti che operano nell’ambito del micro credito e della micro finanza: Banca Etica anche in Calabria e le banche ordinarie Intesa San paolo, Bpm e Banca popolare commercio e industria. Il 54% dei prestiti richiesti, erogato ad un tasso agevolato del 4%, è da collocare nella fascia più bassa che va dai 2mila ai 5mila euro mentre la maggior parte delle domande si colloca al di sotto di 11mila euro, con solo il 2% superiore ai 15 mila euro.

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