Diritto

Malattia professionale non tabellata: come provare la causa di lavoro?

Malattia professionale non tabellata: come provare la causa di lavoro?
In tema di malattia professionale, derivante da lavorazione non tabellata o ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere ravvisata in un rilevante grado di probabilità

In tema di malattia professionale, ove si tratti di patologia professionale derivante da lavorazione non tabellata o ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere ravvisata in un rilevante grado di probabilità. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15372 del 22 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Napoli, pronunciando sull’impugnazione proposta dagli eredi di un lavoratore nei confronti dell’INAIL, in ordine alla decisione del Tribunale, rigettava il gravame.

In particolare, il giudice di primo grado aveva respinto la domanda proposta dal lavoratore per il riconoscimento della malattia professionale, già richiesto in via amministrativa in data 15 aprile 1987.

Contro la sentenza proponevano ricorso per cassazione gli eredi del lavoratore, nel frattempo deceduto, sostenendo l’erroneità della sentenza che aveva escluso il riconoscimento della causa di lavoro in presenza di una malattia non tabellata.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dagli eredi del lavoratore. Occorre premettere che la Corte d’Appello, nella sentenza impugnata, espone in fatto che il lavoratore sosteneva di aver chiesto, nel primo grado di giudizio, il riconoscimento sia dell’infortunio sul lavoro che della malattia professionale in relazione alla propria attività di carrozziere, affermava l’erroneità della CTU, anche relativamente al supplemento disposto, ed affermava che la prova testimoniale espletata aveva dimostrato che l’infarto che lo aveva colpito era stato provocato dal sollevamento di uno sportello di 25 Kg, mentre alcuno dei fattori di rischio della patologia cardiaca era presente in esso ricorrente all’epoca dell’infortunio.

Richiamata la giurisprudenza in materia di “sforzo violento idoneo a configurare un infortunio” il lavoratore chiedeva il rinnovo della CTU e l’accoglimento della domanda a suo tempo proposta.

L’INAIL costituitosi in giudizio, nel chiedere il rigetto dell’impugnazione, evidenziava le contraddizioni nella ricostruzione dei fatti resa in primo grado e in appello, sottolineava che l’infarto occorso al lavoratore era avvenuto presso l’abitazione dello stesso in data 11 gennaio 1987 e non durante l’attività lavorativa, ed era stato preceduto da episodi di “dolore precordiale”, come accertato da CT di parte, e che il lavoratore comunque non godeva di buona salute tant’è che era stato riconosciuto invalido perchè affetto, tra l’altro di obesità e sclerosi mitralica.

La Corte d’Appello, nel respingere l’impugnazione, ricordava che in corso di causa era stato introdotto il fatto, nuovo rispetto all’originaria domanda, del sollevamento dello sportello del peso di 25 Kg., che avrebbe scatenato l’episodio infartuale.
Tale fatto non era confermato dalla prova per testi, e la CTU escludeva la natura professionale dell’evento, smentendo, in particolare la tesi che non vi fossero fattori di rischio precedenti l’episodio del 1987.

Il giudice di secondo grado, quindi, affermava che la tesi dell’infortunio sul lavoro era smentita dai fatti, in quanto veniva ricoverato 1’11 gennaio 1987 perché aveva accusato un forte dolore mentre si trovava al proprio domicilio, come si evinceva dalla consulenza.

L’episodio riferito dai testi (del sollevamento dello sportello) sarebbe avvenuto presso l’autocarrozzeria.

Le testimonianze in proposito si erano contraddette sia in relazione all’attività svolta al momento del presunto attacco (montaggio e martellamento sportello di un autovettura – smontaggio di uno sportello di un camion), sia perché entrambi riferivano di aver accompagnato a casa senza dare contezza l’uno della presenza dell’altro.

La patologia cardiaca non poteva farsi risalire all’attività svolta, come accertato dal CTU che aveva evidenziato la multifattorialità della stessa, la presenza nell’infartuato dell’obesità (peso 107 Kg per altezza di m. 1,66), della ipertensione arteriosa (valori pressori 220/120), tutti fattori di rischio dell’aterosclerosi coronaria, causa dell’infarto.

Le consulenze di parte erano inaffidabili sotto il profilo medico-legale, atteso che nella prima si faceva riferimento all’uso di sostanze cancerogene e comunque potenzialmente dannose tali da aumentare la coagulabilità ematica, con argomentazioni prive di fondamento medico-legale; nella seconda si affermava genericamente l’usura dell’apparato cardiovascolare per l’attività svolta e quindi, in essa, redatta nel 1987 e quindi immediatamente dopo i fatti, non vi era neppure riferimento allo sforzo violento.

La Corte d’Appello non disponeva, quindi, alcuna CTU, apparendo chiaro che non si era verificato lo sforzo violento riferito tardivamente dall’interessato e tenuto conto che evidenti ragioni medico-legali, ampiamente trattate dal CTU in primo grado, avevano escluso la natura professionale della patologia multifattoriale legata all’infarto miocardico.

Correttamente, pertanto, i giudici di merito, secondo la Cassazione, avevano rigettato la domanda, in quanto gli eredi del lavoratore deceduto, non avevano colto le ragioni del rigetto della domanda, in quanto i giudici di merito l’avevano rigettata per la mancanza, in concreto, in ragione delle risultanze probatorie e della CTU, delle condizioni per riconoscere l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale, in ragione di un accertamento di fatto che, in quanto adeguatamente motivato e corretto sotto il profilo dei principi di diritto in materia, si sottraeva alle generiche doglianze prospettate, non venendo illustrate, peraltro, le risultanze probatorie, in particolare con riguardo alla causa di lavoro della malattia, che avrebbero dovuto incidere la statuizione della Corte d’Appello.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 15372/2015

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