Diritto

Magistrato in maternità: nessuna sanzione per i ritardi se l’ufficio non si adegua

Magistrato in maternità: nessuna sanzione per i ritardi se l’ufficio non si adegua
Prima di contestare al magistrato, durante la maternità, l’illecito disciplinare per ritardo eccessivo nel deposito delle sentenze, va verificato che l’ufficio abbia messo in atto una organizzazione del lavoro tale da fronteggiare la situazione

Prima di contestare al magistrato, durante la maternità, l’illecito disciplinare per ritardo eccessivo nel deposito delle sentenze, va verificato che l’ufficio abbia messo in atto una organizzazione del lavoro tale da fronteggiare la situazione.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 20815/2013 accogliendo il ricorso del giudice.

La Suprema Corte comincia col ricordare che “sul piano della normativa primaria” la legge 13 febbraio 2001 n. 48 sull’aumento del ruolo organico della magistratura ha introdotto “come misura diretta a risolvere le problematiche organizzatorie degli uffici giudiziari conseguenti tra l’altro alle assenze dei magistrati per gravidanza o maternità o per le altre ipotesi disciplinate dalla legge n. 53 del 2000, la figura del magistrato distrettuale”.  Con tale strumento il legislatore ha preso atto che “le difficoltà connesse alle assenze dei magistrati per gravidanza e maternità costituiscono un dato fisiologico al sistema”.

I giudici richiamano poi la circolare del 10 aprile 1996, modificata con circolare del 6 marzo 1998, le cui disposizioni sono confluite nel par. 45 della circolare sulla formazione delle tabelle di organizzazione degli uffici giudicanti per il triennio 2009/2011, ispirata alla dichiarata finalità di consentire agli uffici giudiziari, “attraverso una organizzazione del lavoro tale da configurare un impegno lavorativo del magistrato in gravidanza o fino ai tre anni di età del bambino, non inferiore quantitativamente, ma diverso e compatibile con i doveri di assistenza che gravano sulla lavoratrice”, di “avvalersi dell’attività di magistrati che, altrimenti, per motivi familiari o di salute, sarebbero costretti, come avviene attualmente, a ricorrere a periodi anche molto lunghi di astensione dal lavoro, e dall’altro di assicurare a questi magistrati il diritto all’espletamento delle loro funzioni secondo modalità compatibili con la loro contingente situazione”, con il duplice beneficio, “per l’ufficio, di recuperare energie lavorative, e per il magistrato, il quale non viene costretto ad assenze non desiderate ed all’inevitabile perdita di professionalità conseguente a lunghi periodi di inattività”. E ancora la sentenza ricorda la circolare 4 dicembre 2000 recante “Assenze per maternità: modifiche conseguenti alla legge n. 53/2000”, nonché la risoluzione in materia di organizzazione degli uffici del Pubblico Ministero adottata con delibera del 21 luglio 2009.

Dunque, conclude la Corte: “E’ proprio la mancata considerazione di tale quadro di riferimento che induce a ravvisare il vizio di violazione di legge denunciato nel primo motivo, avendo del tutto omesso la sezione disciplinare di tener conto dell’apparato primario e secondario posto a tutela della lavoratrice madre, e quindi di verificare se la organizzazione del lavoro attuata in concreto, presso l’ufficio giudiziario di (…), fosse rispettosa della normativa richiamata”.

I giudici disciplinari hanno trascurato in sostanza di rilevare che l’esigenza di un equilibrio tra responsabilità familiari e professionali sotteso alla normativa sopra indicata, nella peculiare condizione in cui si trovava il magistrato durante e dopo la gravidanza, imponeva di accertare specificamente, in quella sede, se i ritardi non fossero correlati (anche) a una organizzazione dell’ufficio che non aveva tenuto conto (o non aveva potuto tener conto) di tale situazione”.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 20815/2013

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