Diritto

Lo studio associato “familiare” non paga l’IRAP

Lo studio associato “familiare” non paga l’IRAP
La sussistenza di uno studio associato costituisce indizio della esistenza di una stabile organizzazione ai fini IRAP e, per tale ragione, costituisce una presunzione che può essere superata con adeguata motivazione

Lo studio professionale i cui associati siano padre e figlia (o due coniugi) non deve pagare l’imposta regionale sulle attività produttive, salvo che non sostenga spese per personale dipendente.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4663 del 27 febbraio 2014.

In particolare, i giudici tributari del Palazzaccio hanno rigettato il ricorso prodotto dall’Agenzia delle Entrate affermando che la “presuntio hominis”, secondo cui la sussistenza di uno studio associato costituisce indizio dell’esistenza di una stabile organizzazione ai fini dell’IRAP, una presunzione che può essere superata con adeguata motivazione; ed è proprio ciò che è avvenuto nel caso in esame, laddove la sentenza gravata ha evidenziato l’assenza di spese per personale dipendente e la non sussistenza di una autonoma organizzazione.

Gli Ermellini ricordano, poi, le sentenze n. 22506 del 2010 e n. 14060 del 2012. In particolare quest’ultima pronuncia ha precisato che, ove l’attività di un professionista si volga nella forma dello studio associato (nel caso di specie con il coniuge, mentre nell’attuale controversia i due associati sono padre e figlia) il giudice di merito deve, ai fini della applicazione dell’IRAP, accertare specificamente l’entità e l’incidenza a fini reddituali, della condivisione con altri professionisti dello svolgimento di parte della attività professionale dello studio.

In conclusione, il giudice dell’appello (ossia la CTR Sicilia – Catania) ha giudicato in maniera conforme all’orientamento prevalente della giurisprudenza tributaria di legittimità, circostanza che ha determinato il rigetto del ricorso dell’Ufficio Finanziario. Quanto alle spese del giudizio, sono state compensate tra le parti.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 4663/2014

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