Diritto

L’IVA relativa alle operazioni inesistenti è sempre dovuta

L’IVA relativa alle operazioni inesistenti è sempre dovuta
L’Iva relativa ad un’operazione inesistente deve essere versata se la fattura è stata consegnata al cliente e non può essere né rettificata con nota di credito, né chiesta a rimborso

Se la fattura è stata consegnata al cliente, deve essere versata l’Iva relativa ad un’operazione inesistente; e l’imposta non può essere né rettificata con nota di credito, né chiesta a rimborso. È la conclusione raggiunta dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 12995 del 9 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso proposto da una società contro la sentenza resa dalla CTR Lombardia che aveva riconfermato la statuizione della CTP di Lodi circa la legittimità dell’avviso di accertamento relativo alla ripresa a tassazione di Iva per l’emissione di due fatture relative ad operazioni inesistenti.

Nel ricorso per cassazione, la società si doleva del fatto che la CTR avesse attribuito la natura di fatture regolarmente redatte a due documenti che non erano stati redatti dal soggetto prestatore del servizio ma dal soggetto destinatario dello stesso, e che aveva ritenuto legittima la pretesa fiscale sulla base di due fatture per operazioni inesistenti immediatamente espunte dalla contabilità, senza determinare alcun effetto distorsivo per l’Erario.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte respinge il ricorso presentato dalla società. Ed infatti, la questione sulla quale la società incentra la doglianza relativa alla redazione delle due fatture da parte del soggetto prestatore del servizio appare espressamente superata dall’accertamento in punto di fatto compiuto dalla CTR, secondo il quale vi sarebbe stata la consegna della fattura.
Ed invero, la CTR ha acclarato che “le fatture vennero compilate e consegnate”, perciò ritenendo che tanto giustificasse l’applicazione dell’art. 21, comma 7, del D.P.R. n. 633/72, a mente del quale “se viene emessa fattura per operazioni inesistenti, ovvero se nella fattura i corrispettivi delle operazioni o le imposte relative sono indicati in misura superiore a quella reale, l’imposta è dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura”.

Con espresso riferimento alla eliminazione delle fatture dalla contabilità, senza determinare alcun effetto distorsivo per l’Erario, la Corte di Cassazione richiama l’articolo 21, paragrafo 1, lettera e), della sesta direttiva 77/388/CEE, come modificata dalla direttiva 91/680/CEE del Consiglio, del 16 dicembre 1991 – al quale è subentrato l’articolo 203 della direttiva CE 2006/112 -, a cui tenore chiunque indichi l’Iva in una fattura o in ogni altro documento che ne fa le veci è debitore di tale imposta.
In particolare, tale soggetto è debitore dell’Iva indicata in una fattura indipendentemente da qualsiasi obbligo di versarla in ragione di un’operazione soggetta ad Iva.
La stessa giurisprudenza della Corte europea è ferma nel sottolineare che il diritto comunitario non impedisce agli Stati membri di ritenere la redazione di fatture fittizie che indicano indebitamente un’imposta sul valore aggiunto come un tentativo di frode fiscale e di applicare, in tal caso, le ammende o sanzioni pecuniarie previste dal loro diritto nazionale.

In sintonia con i principi sopra esposti, gli ermellini hanno avuto modo di affermare che l’art. 21, comma 7, del D.P.R. n. 633/72 va interpretato nel senso che il corrispondente tributo viene, in realtà, ad essere considerato “fuori conto”, e la relativa obbligazione, conseguentemente, “isolata” da quella risultante dalla massa di operazioni effettuate, ed estraniata, per ciò stesso, dal meccanismo di compensazione (tra Iva “a valle” ed Iva “a monte”) che presiede alla detrazione d’imposta di cui all’art. 19 del D.P.R. citato; e ciò anche perché l’emissione di fatture per operazioni inesistenti ha sempre costituito condotta penalmente sanzionata come delitto.
Si è ancora ritenuto che l’emittente di fatture fittizie non può giovarsi dell’emissione di una nota di credito per evitare il pagamento dell’Iva indebitamente fatturata perché “in tema di Iva, la speciale procedura di variazione prevista dall’art. 26 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, presuppone necessariamente, come si desume univocamente dalla considerazione della funzione perseguita dalla norma, che l’operazione per la quale sia stata emessa fattura, da rettificare perchè venuta meno in tutto o in parte in conseguenza di uno degli specifici motivi indicati nel secondo comma della norma stessa, sia una operazione vera e reale e non già del tutto inesistente. Ciò proprio in forza dell’art. 21, comma 7, che, da un lato incide direttamente sul soggetto emittente la fattura, costituendolo debitore d’imposta sulla base dell’applicazione del solo principio di cartolarità, e, dall’altro, incide indirettamente, in combinato disposto con gli artt. 19, primo comma, e 26, terzo comma, dello stesso D.P.R., anche sul destinatario della fattura medesima, il quale non può esercitare il diritto alla detrazione o alla variazione dell’imposta in totale carenza del suo presupposto, e cioè dell’acquisto (o dell’importazione) di beni e servizi nell’esercizio dell’impresa, arte o professione”.

Secondo la Corte, la sentenza impugnata si è pienamente conformata ai principi sopra esposti, avendo correttamente valorizzato, ai fini della configurabilità del presupposto che determina l’insorgenza della pretesa impositiva correlata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, “(…) l’emissione della fattura e ciò si attua con la consegna della stessa al destinatario. Nella fattispecie le fatture vennero compilate e consegnate (…)”.
Per altro verso, la stessa CTR ha specificamente valorizzato la circostanza che la ricorrente fosse la proprietaria esclusiva “(…) così che il rappresentante legale della controllante ben era al corrente della condotta della controllata”, in tal modo rendendo palese l’unità di intenti dei soggetti che avevano dato luogo alla fittizia emissione delle fatture ai fini di realizzare un risparmio fiscale.
Ciò rende irrilevante qualunque condotta successiva all’emissione della fattura posta in essere dalla parte contribuente.

Le superiori argomentazioni – ribadisce la Corte – resistono alle prospettazioni difensive esposte dalla società contribuente, le quali non hanno prospettato elementi idonei ad elidere la valenza delle valutazioni operate dalla CTR in ordine tanto alla matrice fraudolenta a base dell’emissione delle fatture quanto alla stretta colleganza esistente fra società emittente e destinatario delle fatture stesse.

Sulla base di quanto esposto, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato dalla società.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 12995/2014

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