Diritto

Linea dura sui reati tributari: sanzioni senza “sconti”

Linea dura sui reati tributari: sanzioni senza "sconti"
Per la Cassazione nel nostro ordinamento è legittima l’applicazione di una doppia sanzione, penale e amministrativa, per la stessa violazione

Nel nostro ordinamento non vi è sovrapposizione tra le sanzioni tributarie e quelle penali in quanto è pacifico che il processo penale per tali reati “viaggi” in parallelo con l’esistenza del debito tributario da adempiersi. A fornire questa interpretazione è la Corte di Cassazione, sezione III penale, con la sentenza n. 20266 del 15 maggio 2014 che, a quanto risulta, è uno dei primi pronunciamenti sulla problematica del «ne bis in idem» recentemente sollevato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo nella sentenza 4 marzo 2014 (causa “Grande Stevens e altri contro Italia”).

Le violazioni tributarie di una certa gravità sono “punite” con una duplice sanzione: amministrativa e penale. Consideriamo l’omesso versamento dell’Iva superiore a 50mila euro risultante dalla dichiarazione annuale: in questo caso scatterà la sanzione tributaria del 30% del non versato e la reclusione da 6 mesi a 2 anni.

L’articolo 19 del D.Lgs n. 74/2000 stabilisce che, se un determinato fatto è idoneo a configurare la violazione di due disposizioni che prevedono una sanzione amministrativa e una sanzione penale, verrà applicata la sanzione (penale o amministrativa) che presenta degli elementi «speciali» rispetto all’altra. Ciò consente di evitare che lo stesso soggetto sia sanzionato due volte per l’identica violazione. Deve esserci identità del trasgressore: la sanzione fiscale e quella penale devono colpire il medesimo soggetto giuridico, autore della violazione.

Secondo la circolare n. 154/E/2000 del Ministero delle Finanze, il più delle volte risulterà speciale la norma penale, in considerazione degli elementi specifici richiesti, come il dolo specifico (il fine di evadere l’imposta), il superamento delle soglie di punibilità e le particolari modalità commissive.
Così, in presenza di una violazione tributaria che costituisce reato commessa da una persona fisica (professionista o ditta individuale) l’ufficio applicherà comunque le sanzioni amministrative relative alle violazioni tributarie oggetto di notizia di reato. Tuttavia la riscossione coattiva di tali sanzioni è sospesa finché il procedimento penale non arriva a definizione. Se viene definito con sentenza irrevocabile di condanna, per il principio di specialità, l’attività amministrativa già esperita non produce alcun effetto. Se, invece, il procedimento si conclude con un’archiviazione o con sentenza di assoluzione o di proscioglimento, si rimette in moto il procedimento per la sanzione tributaria. A fronte di questo quadro normativo abbastanza chiaro, negli anni raramente il Fisco ha applicato tale principio, forte di una giurisprudenza in genere favorevole alla doppia sanzione.

Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenze n. 37424 e n. 37425 del 2013) hanno affermato che nell’omesso versamento di ritenute e Iva non sussiste la specialità tra le due sanzioni (penali e tributarie) ma un rapporto di progressione qualora la fattispecie penale, essendo più grave di quella amministrativa, la arricchisca di elementi essenziali (si pensi alle soglie di punibilità). Ne deriva l’applicazione di entrambe le sanzioni.

Dopo queste pronunce, sembrava definitivamente tramontata la possibilità di applicare una sola sanzione per le più gravi violazioni tributarie che costituiscono reato. Poi è arrivata l’apertura della sentenza del 4 marzo scorso della Cedu. Ma subito dopo la sentenza n. 20266 del 15 maggio 2014 della Cassazione ha affermato la legittimità del doppio sistema sanzionatorio, in quanto il processo penale per reati fiscali «viaggia» in parallelo con l’esistenza del debito tributario (imposta) da adempiere.
Un’occasione per fare definitivamente chiarezza sarà l’attuazione della delega fiscale (legge n. 23/2014), anche perché, in mancanza di una separazione tra le due sanzioni, c’è il rischio concreto che l’Italia possa essere condannata di nuovo dai giudici europei.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 20266/2014

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