Fisco

Linea dura delle Entrate contro i documenti falsi nella dichiarazione dei redditi

Linea dura dell'agenzia delle Entrate sui documenti falsi: schede carburanti, spese mediche e certificazioni per interessi su mutui indicati nella dichiarazione dei redditi, se riportano importi superiori al reale, integrano il grave reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di falsi documenti
Linea dura dell’Agenzia delle Entrate sui documenti falsi: schede carburanti, spese mediche e certificazioni per interessi su mutui indicati nella dichiarazione dei redditi, se riportano importi superiori al reale, integrano il grave reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di falsi documenti

Linea dura dell’Agenzia delle Entrate sui documenti falsi: schede carburanti, spese mediche e certificazioni per interessi su mutui indicati nella dichiarazione dei redditi, se riportano importi superiori al reale, integrano il grave reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di falsi documenti. È questo il nuovo orientamento giurisprudenziale, emerso in seno alla Suprema Corte, ma che trae anche origine dalla direttiva 117/2012 emanata dalla direzione centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate.

L’articolo 2 del decreto legislativo 74/2000 sanziona con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chi indica in una delle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte sui redditi, ovvero dell’Iva, elementi passivi fittizi utilizzando fatture o altri documenti relativi a operazioni inesistenti. Questo delitto è particolarmente grave perché la sua realizzazione non è subordinata, come avviene nella maggior parte degli altri reati tributari, al superamento di una soglia di imposta evasa ma al più, fino alle modifiche entrate in vigore il 17 settembre 2011, se gli elementi fittizi in un periodo di imposta non superavano i vecchi 300 milioni di lire (circa 154mila euro), scattava un’attenuante (reclusione da sei mesi a due anni).

La falsità in questione può discendere da tre ordini di ragioni:

  1. operazioni mai poste in essere, ovvero poste in essere solo parzialmente (fatture oggettivamente inesistenti);
  2. operazioni effettivamente avvenute ma tra soggetti diversi da quelli indicati nella documentazione (fatture soggettivamente inesistenti);
  3. sovrafatturazioni allorché la misura dell’imposta sul valore aggiunto o dei corrispettivi è superiore a quella reale.

Per quanto concerne, invece, la tipologia di documenti che possono integrare un’operazione inesistente penalmente rilevante occorre fare riferimento, ai fini penali, unicamente a quelli aventi rilievo probatorio a fini fiscali. In altre parole: tutti i documenti, ancorché non classificabili tecnicamente quali fatture, che costituiscono un titolo idoneo per esercitare la deduzione e/o la detrazione.
Ne consegue che, oltre alle fatture, vi rientrano anche le autofatture, le schede carburanti, le ricevute fiscali, i cosiddetti “scontrini parlanti”, eccetera.
Con riferimento alle schede carburanti e gli altri documenti citati nella direttiva delle Entrate (ricevute per spese mediche, interessi su mutui, eccetera), in passato la Suprema Corte aveva ritenuto che in ipotesi di alterazioni materiali da parte del contribuente che deduceva le somme indicate nel documento (si pensi a colui il quale, sulla scheda carburanti, senza la compiacenza del distributore, indicava autonomamente somme superiori a quelle sostenute) non si era in presenza del delitto in questione ma di quello di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifizi (articolo 3 del Dlgs 74/2000), la cui punibilità è subordinata al superamento di una soglia di imposta evasa (circa 77mila euro fino al 17 settembre 2011 e 30mila euro successivamente).
Ne conseguiva che eventuali violazioni della specie commesse su schede carburanti o documenti analoghi in realtà non assumevano rilevanza penale se non al superamento della citata soglia.
Successivamente la Suprema Corte ha ritenuto che anche i casi di falsità materiale sono puniti a mente dell’articolo 2 del citato Dlgs 74/2000 e non dell’altro reato, previsto dall’articolo 3 per la cui integrazione è necessario il superamento della soglia di punibilità.
Da qui la direttiva dell’Agenzia delle Entrate che richiama l’attenzione delle strutture territoriali dipendenti sulla necessità di adeguarsi ai nuovi orientamenti giurisprudenziali.

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