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Limiti al Fisco sulle rettifiche Iva

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Se la “cartiera” ha una struttura, personale, mezzi di trasporto e uffici, l’acquirente può invocare agevolmente la buona fede, non potendo conoscere la qualità fittizia dell’impresa che ha emesso i documenti fiscali soggettivamente inesistenti.
A fornire questa interessante precisazione è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18009 depositata il 19 ottobre 2012. Il procedimento trae origine da una rettifica ai fini Iva operata dall’Agenzia, nei confronti di una società che aveva detratto Iva relativa ad acquisti soggettivamente inesistenti. Mentre la Commissione Tributaria Provinciale riteneva fondato l’accertamento, il giudice di appello accoglieva parzialmente le ragioni del contribuente. In particolare, evidenziava che il cessionario non poteva conoscere la qualità di “cartiera” del cedente, atteso che era dotato di struttura, personale, mezzi di trasporto e uffici.
Ricorreva per Cassazione l’Agenzia lamentando, tra l’altro, che la società acquirente non aveva assolto l’onere probatorio su di essa incombente in presenza di fatture soggettivamente inesistenti. La Suprema Corte ha ritenuto infondato il ricorso dell’Amministrazione. A prescindere da chi fosse il soggetto su cui incombeva l’onere probatorio, secondo la sentenza occorreva considerare che la Commissione Tributaria Regionale (giudice di merito di secondo grado) aveva accertato che, nella specie, la società acquirente non poteva conoscere la natura di cartiera dell’emittente essendo dotata di struttura, personale, mezzi di trasporto e uffici.
La Suprema Corte ha poi comunque ribadito il principio secondo cui in tema di Iva relativa ad operazioni soggettivamente inesistenti, il committente cessionario al quale sia contestata la detrazione dell’imposta ha diritto alla detrazione se prova che non sapeva, o non poteva sapere, di partecipare ad un’operazione fraudolenta.
Anche se la sentenza è favorevole al contribuente, va segnalato che la Suprema Corte, su questo specifico tema, non ha ancora fatto proprio il più recente orientamento della Corte di Giustizia (sentenza 21/6/2012, cause C-80/11 e C-142/11) in base al quale, in presenza di fatture soggettivamente inesistenti, deve essere l’amministrazione a dimostrare che il contribuente era a conoscenza della frode posta in essere da terzi, non potendo richiedere particolari incombenze al contribuente che ha detratto l’imposta. La circostanza non è di poco conto in quanto si dovrebbe completamente rivedere la prassi degli uffici negli accertamenti svolti in questo settore e l’orientamento stesso della Corte di Cassazione.
Del resto sono numerosi i casi in cui i giudici di legittimità, in presenza di precisi orientamenti della Corte di Giustizia, hanno conseguentemente adattato le proprie pronunce (disconoscimento condono Iva, abuso del diritto, ecc.). Vi è quindi da sperare che la puntualità ed il rigore con cui, condivisibilmente, la Cassazione si è subito uniformata agli orientamenti dei giudici comunitari favorevoli all’amministrazione, caratterizzi anche questo nuovo pronunciamento, ora favorevole ai contribuenti.

[alert_custom]IL PRONUNCIATO DELLA CASSAZIONE[/alert_custom]

Il committente-cessionario al quale sia contestata la detrazione dell’imposta ne ha diritto se prova che non sapeva o non poteva sapere di partecipare ad un’operazione fraudolenta. Egli deve non essersi trovato nella situazione di conoscibilità delle operazioni pregresse o non deve essere stato in grado di abbandonare lo stato di ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni

[alert_custom]IL PRONUNCIATO DELLA CORTE DI GIUSTIZIA[/alert_custom]

Dato che il diniego del diritto a detrazione è un’eccezione all’applicazione di un principio fondamentale, spetta all’amministrazione dimostrare adeguatamente gli elementi oggettivi che consentono di concludere che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che l’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione si iscriveva in un’evasione commessa dal fornitore.

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