Diritto

Licenziamento per riassetto organizzativo: onere di provarne l’effettiva sussistenza

Licenziamento per riassetto organizzativo: onere di provarne l’effettiva sussistenza
Se è ben vero che il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo attuato per la più economica gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, è altrettanto vero però che resta a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre e dimostrare l’ effettiva sussistenza del motivo addotto, ossia le ragioni che giustificano l’operazione di riassetto, oltre che del relativo processo e del nesso di causalità con il licenziamento

In tema di licenziamento riconducibile ad un riassetto organizzativo dell’impresa, è posto a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre e dimostrare l’effettiva sussistenza del motivo addotto e quindi, delle ragioni che giustificano l’operazione di riassetto, oltre che del relativo processo e del nesso di causalità con il licenziamento. L’operazione di riassetto costituisce infatti la conclusione del processo organizzativo, ma non la ragione dello stesso, che, per imporsi sull’esigenza di stabilità, dev’essere seria, oggettiva e non convenientemente eludibile. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12242 del 12 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una lavoratrice, assunta da una s.n.c con contratto di apprendistato avente la durata di 48 mesi, quale apprendista commessa di 4° livello, addetta al banco vendita del locale che era una panetteria. In particolare, la ricorrente aveva ricevuto una lettera di licenziamento, con preavviso contrattuale, motivato con la soppressione del posto di lavoro in seguito all’ingresso di nuovi soci. La lavoratrice aveva di conseguenza impugnato il licenziamento perché, a suo dire, il datore di lavoro non avrebbe potuto recedere dal contratto di apprendistato per giustificato motivo oggettivo. Chiedeva quindi che fosse dichiarato illegittimo il licenziamento e che per l’effetto la s.n.c. fosse dichiarata tenuta e condannata a corrisponderle tutte le retribuzioni fino alla scadenza del contratto di apprendistato.

Il Tribunale accoglieva la domanda e la Corte d’appello rigettava l’appello proposto dalla s.n.c. ma, in dissenso dal primo giudice, premetteva che il recesso dal rapporto di apprendistato poteva avvenire anche per giustificato motivo oggettivo.
Riteneva tuttavia che, nel caso, tale giustificato motivo oggettivo di licenziamento non sussistesse, in quanto i due soggetti arrivati in negozio a metà febbraio 2008, indipendentemente dal fatto che essi fossero nuovi soci o meno, erano andati a svolgere le mansioni già attribuite alla dipendente, circostanza che escludeva l’asserita soppressione del posto e quindi l’esistenza di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la s.n.c., in particolare sostenendo che la Corte d’Appello avrebbe errato laddove ha ritenuto che l’attribuzione a nuovi soci delle mansioni svolte dalla dipendente licenziata non costituisca una ragione inerente “all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” idonea a legittimare il licenziamento con preavviso.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla s.n.c. Sul punto, osservano gli Ermellini che il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo attuato per la più economica gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, atteso che tale scelta è espressione della libertà d’iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost., mentre al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore; ne consegue che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il dipendente licenziato, sempre che risulti l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato.

E’ posto però a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre e dimostrare l’effettiva sussistenza del motivo addotto e quindi, nell’ipotesi di licenziamento riconducibile ad un riassetto organizzativo dell’impresa, delle ragioni che giustificano l’operazione di riassetto, oltre che del relativo processo e del nesso di causalità con il licenziamento. L’operazione di riassetto costituisce infatti la conclusione del processo organizzativo, ma non la ragione dello stesso, che, per imporsi sull’esigenza di stabilità, dev’essere seria, oggettiva e non convenientemente eludibile. In proposito, si è affermato che il riassetto organizzativo dell’azienda può essere attuato anche al fine di una più economica gestione dell’impresa, finalizzata a far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, ma ciò purché di tali presupposti si dia adeguatamente conto in giudizio.

Nel caso in esame, le ragioni che avevano determinato l’operazione di riassetto non erano state ne’ provate ne’ indicate dalla società.
Nella lettera di licenziamento si diceva infatti che il licenziamento della lavoratrice veniva disposto “a causa della soppressione del posto di lavoro assegnatole in seguito all’ingresso in società di una nuova socia”; in giudizio la società si era limitata a riferire e dedurre a prova che nella società erano subentrati nel marzo 2008 (stessa data del licenziamento) due nuovi soci lavoratori che erano andati a svolgere le mansioni della lavoratrice, sicché il suo posto di lavoro era stato soppresso, senza assunzione di personale in sostituzione.
Nessun fondamento obiettivo, neppure di ordine economico, è stato quindi prospettato al fine di giustificare l’operazione di riassetto che ha comportato la sostituzione di un socio (o due) alla lavoratrice nello svolgimento delle mansioni che costituivano il suo “posto di lavoro”, sicché non può ritenersi sussistente il giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12242/2015

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