Diritto

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e ripartizione dell’onere probatorio

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e ripartizione dell'onere probatorio
La Corte di Cassazione definisce i criteri di ripartizione dell’onere probatorio tra datore di lavoro e lavoratore nel caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive

Il giustificato motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni tecniche, organizzative produttive è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost. Pertanto, spetta al giudice il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, e l’onere probatorio grava per intero sul datore di lavoro, che deve dare prova anche dell’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, onere che può essere assolto anche mediante il ricorso a risultanze di natura presuntiva ed indiziaria, mentre il lavoratore ha comunque un onere di deduzione e di allegazione di tale possibilità di reimpiego. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14807 del 15 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una lavoratrice avverso la Casa di Cura presso cui prestava la propria attività in qualità di ausiliaria socio-sanitaria, inquadrata nel livello A3, svolgendo mansioni di pulizia dei piani, attività di cucina, pulizia degli spogliatoi e della cappella.
In particolare, la società aveva comunicato alla lavoratrice il licenziamento per giustificato motivo oggettivo conseguente alla esternalizzazione del servizio cucina, cui era addetta la medesima, e quindi di sopprimere la sua posizione lavorativa.

Ad avviso della lavoratrice, il provvedimento di recesso doveva ritenersi illegittimo per insussistenza delle ragioni poste a base del licenziamento, atteso che, contrariamente a quanto affermato dalla società datrice di lavoro nella lettera di licenziamento, la ricorrente non era addetta alla cucina, ma era assistente socio-sanitaria, in quanto tale utilizzata nei turni di servizio di tale qualifica; che, quindi, assolutamente pretestuosa era la ragione addotta dalla società a sostegno del licenziamento, in quanto la soppressione del servizio cucina poteva al più riguardare la posizione del cuoco, ma non degli assistenti socio-sanitari come la ricorrente.
Sulla base di tali premesse la lavoratrice chiedeva accertarsi la nullità e/o inefficacia e/o illegittimità del licenziamento e, per l’effetto, ordinarsi alla società resistente la immediata reintegra nelle mansioni precedentemente svolte o in quelle equivalenti, con la condanna della stessa al risarcimento dei danni, pari alle retribuzioni globali di fatto maturate dalla data del licenziamento alla reintegra, oltre accessori di legge ed alla condanna al pagamento delle spese di giudizio.

La Casa di Cura evidenziava che il licenziamento della lavoratrice era dipeso dalla decisione della società di esternalizzare il servizio mensa, che tale iniziativa aveva comportato il licenziamento di tutto l’organico dei lavoratori addetti al medesimo servizio, e quindi, oltre alla ricorrente, di altri tre lavoratori; che la ricorrente sin dalla sua assunzione aveva svolto esclusivamente le mansioni di addetto alla mensa e non aveva indicato le posizioni lavorative nelle quali avrebbe potuto essere ricollocata.

Il Tribunale rigettò la domanda della lavoratrice. Accertava il primo giudice che la ricorrente era addetta da tempo al servizio cucina, circostanza del resto confermata dalla stessa lavoratrice che aveva dedotto di essere stata adibita anche a tali mansioni come ausiliaria addetta all’assistenza; che essa non aveva quindi esplicitamente lamentato l’illegittimità di tale adibizione.

Avverso tale statuizione proponeva appello la lavoratrice, lamentando che il primo giudice, sulla base delle sole deposizioni di alcuni test, avesse ritenuto provato lo svolgimento, da parte sua, delle mansioni di addetta alla cucina. Ha sostenuto invece l’appellante che già da alcuni elementi documentali assolutamente trascurati dal primo giudice (buste paga, tesserino n. 153, turni del personale) risultava la sua qualifica di ausiliaria socio-sanitaria e dalle deposizioni di alcuni test era emerso che l’appellante si era occupata della pulizia dei piani, della cappella e degli spogliatoi, e lo svolgimento solo in via occasionale e sporadico dell’attività di addetta alla cucina, ed invece lo svolgimento in via prevalente delle mansioni proprie della sua qualifica di assistente socio-sanitaria, circostanza questa risultante anche dai turni di servizio degli assistenti socio-sanitari non esaminati dal primo giudice. Sotto altro profilo l’appellante ha evidenziato che le mansioni di addetta alla cucina non rientravano tra quelle della sua qualifica di appartenenza (assistente socio-sanitaria), che quindi, secondo la prospettazione accolta dal primo giudice, era stata adibita a mansioni diverse ed inferiori rispetto a quelle per le quali era stata assunta. Inoltre l’appellante censurava l’omessa valutazione, da parte del primo giudice, della ricorrenza di un effettivo nesso di causalità tra la soppressione del servizio cucina e l’eliminazione del suo posto di lavoro ed ha rilevato il mancato assolvimento, da parte del datore di lavoro, dell’onere probatorio circa l’impossibilità di adibire la lavoratrice in lavori equivalenti o anche inferiori, potendo la medesima essere adibita a mansioni della sua qualifica di appartenenza (assistente socio-sanitaria). Infine l’appellante ha lamentato l’omessa valutazione, da parte del primo giudice, della violazione dei principi di correttezza e buona fede nella scelta dei lavoratori da licenziare, non avendo il datore di lavoro tenuto in debita considerazione i criteri obiettivi di anzianità, esperienza di servizio, versatilità, carichi di famiglia ed avendo quindi erroneamente individuato essa appellante rispetto ad altri dipendenti con la sua stessa qualifica.

La Corte d’Appello rigettava il gravame della lavoratrice. Riteneva il giudice di appello che, risultando incontestato il fatto storico della soppressione del servizio mensa, ed essendo irrilevante la presunta adibizione a mansioni inferiori, la questione si riduceva all’accertamento delle mansioni prevalenti svolte dalla lavoratrice, e cioè se esse furono essenzialmente quella di addetta alla cucina o meno. Risultando dal materiale istruttorio acquisito, ed in particolare dalle testimonianze escusse, che la lavoratrice era addetta essenzialmente alla cucina, rigettava la domanda, evidenziando inoltre, quanto al c.d. repechage, che la società nella lettera di licenziamento aveva escluso l’esistenza di altri posti di lavoro utili in azienda, che neppure la lavoratrice aveva del resto indicato in ottemperanza al dovere di collaborazione gravante sul lavoratore in tal caso.

Contro tale sentenza proponeva ricorso per cassazione la lavoratrice, in particolare sostenendo che mentre è onere del datore di lavoro dimostrare la sussistenza delle ragioni obiettive che giustifichino il licenziamento, ed in sostanza la soppressione del posto di lavoro del dipendente, la sentenza aveva ritenuto erroneamente irrilevante sia tale prova, sia quella del c.d. repechage, richiesto dalla consolidata giurisprudenza in argomento, ritenendo erroneamente che la lavoratrice non avesse assolto il suo onere di indicare quali altre mansioni utili ella avrebbe potuto svolgere in azienda. Lamenta che esse erano proprio quelle di assistente socio-sanitaria per cui venne assunta, sicché non vi era, da parte sua, alcun altro onere da ottemperare.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla lavoratrice. Quanto alla prova della causa giustificatrice del licenziamento, si è già visto che essa era sostanzialmente pacifica: la soppressione del servizio mensa. Quanto al pur dedotto nesso di causalità la Suprema Corte evidenzia che, una volta accertata l’adibizione della lavoratrice al servizio mensa, la soppressione di tale servizio è idonea a giustificare il licenziamento del personale ad esso adibito, sia pur non sporadicamente ma al contrario essenzialmente od in modo prevalente, come risultato nella specie. Quanto al c.d. repechage la Corte di merito ha evidenziato che la società aveva dedotto sin dalla lettera di licenziamento che non risultavano in azienda altre mansioni utili cui adibire la lavoratrice, sicché sarebbe stato onere di quest’ultima indicarne l’esistenza. Tale onere, rimasto inadempiuto nel giudizio di merito, non può ritenersi assolto solo dalla attuale deduzione che erano disponibili le mansioni per cui, nel lontano 1989 e dunque ben sedici anni prima, la dipendente fu assunta.

Come chiarito dalla giurisprudenza della Suprema Corte, e come ritenuto dal giudice di appello, in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, compete al giudice – che non può, invece, sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost. – il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, in ordine al quale il datore di lavoro ha l’onere di provare, anche mediante elementi presuntivi ed indiziari, l’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte; tale prova, tuttavia, non deve essere intesa in modo rigido, dovendosi esigere dallo stesso lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell’accertamento di un possibile “repechage“, mediante l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato, e conseguendo a tale allegazione l’onere del datore di lavoro di provare la non utilizzabilità nei posti predetti.

Orbene nel caso di specie, mentre l’azienda ha dimostrato la ragione giustificatrice del licenziamento, unitamente alla tempestiva deduzione dell’inesistenza di altre mansioni utili, da valutarsi, considerato il lungo tempo trascorso dall’assunzione della lavoratrice come assistente socio-sanitaria e le ridotte dimensioni dell’azienda, sufficienti a dimostrare, anche presuntivamente, l’inutilizzabilità della lavoratrice in altre mansioni utili e legittime, quest’ultima si è limitata a dedurre di poter lavorare quale ausiliaria socio-sanitaria, dove lavorò ben sedici anni prima.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 14807/2015

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