Diritto

Licenziamento orale o dimissioni, come provarlo?

Licenziamento orale o dimissioni, come provarlo?
Ai fini della prova delle dimissioni, va verificato che la dichiarazione o il comportamento cui si intende attribuire il valore negoziale di recesso del lavoratore contenga la manifestazione univoca dell’incondizionata volontà di porre fine al rapporto e che questa volontà sia stata comunicata in modo idoneo alla controparte, considerando – ai fini di tale ultima indagine – che le dimissioni costituiscono un atto a forma libera, a meno che sia convenzionalmente pattuita la forma scritta “ad substantiam”

Qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade su quest’ultimo. E’ questo il principio sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 8927 del 5 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Palermo ha confermato la decisione con cui il giudice di primo grado aveva accolto la domanda proposta da un lavoratore nei confronti del titolare dell’impresa edile presso la quale il primo aveva prestato attività lavorativa come carpentiere dal febbraio al giugno 2007, allorché quell’attività veniva ad essere interrotta.

In particolare, la domanda aveva ad oggetto il riconoscimento della natura subordinata del rapporto, la declaratoria di inefficacia del preteso licenziamento in quanto intimato in forma orale e comunque senza alcuna giustificazione, il pagamento delle retribuzioni dovute dal recesso alla riassunzione ed, in ogni caso il pagamento di importi residui a titolo di retribuzione e TFR.

A tale esito è pervenuta la Corte territoriale ritenendo assolto l’onere della prova della subordinazione in capo al lavoratore ed, al contrario, insufficiente a confutare la prospettazione di questi circa l’intimazione di un licenziamento orale quella offerta dal datore in relazione alla vicenda risolutiva del rapporto.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il datore di lavoro, in particolare lamentando, per quello che interessa in questa sede, l’incongruità del percorso valutativo in base al quale la Corte d’Appello ha maturato il convincimento per cui il rapporto di lavoro, da qualificarsi come avente natura subordinata, si fosse risolto a seguito del recesso del datore di lavoro intimato verbalmente e non, come sostenuto dal datore di lavoro, per la volontà dismissiva del lavoratore, manifestata con l’abbandono del posto di lavoro.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal datore di lavoro. Osservano, sul punto, gli Ermellini come correttamente il giudice di secondo grado abbia ricondotto al ripetuto ritorno in cantiere del lavoratore, nei giorni seguenti al licenziamento, il valore di una condotta volta alla prosecuzione del rapporto.

In base ad un principio ormai consolidato, infatti, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice del merito, tenendo conto che nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sul medesimo.

Coerentemente a questa impostazione, i giudici di appello hanno proceduto alla verifica del sostegno probatorio della versione dei fatti prospettata dal datore di lavoro, desumendone che da parte del datore di lavoro non era stata offerta alcuna prova a riguardo, e che, semmai, potevano trarsi in via presuntiva argomenti di prova in senso contrario dalla prospettazione del lavoratore.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 8921/2015

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