Diritto

Licenziamento illegittimo, la pensione percepita non detrae il risarcimento

Licenziamento illegittimo, la pensione percepita non detrae il risarcimento
In caso di licenziamento illegittimo, il datore non può detrarre dal risarcimento del danno il trattamento pensionistico percepito dal lavoratore “non potendo ritenersi tale attribuzione acquisita, se non in modo apparente e del tutto precario, al suo patrimonio”

In caso di licenziamento illegittimo, il datore non può detrarre dal risarcimento del danno il trattamento pensionistico percepito dal lavoratore “non potendo ritenersi tale attribuzione acquisita, se non in modo apparente e del tutto precario, al suo patrimonio”. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 1725 del 28 gennaio 2014, rigettando il ricorso delle Poste contro la sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva confermato la nullità della clausola del contratto collettivo che stabiliva l’automatico collocamento a riposo del personale al raggiungimento della massima anzianità contributiva.
La Corte di merito aveva dunque disposto l’annullamento dell’atto di risoluzione del rapporto, con condanna della società, in favore degli eredi, “al risarcimento delle retribuzioni di fatto maturate e non percepite dal de cuius dall’interruzione del rapporto al decesso”.

No alla compensatio lucri cum damno. A questo proposito, la Suprema Corte cita un proprio precedente a Sezioni unite (sentenza n. 12195/2002) secondo cui: “In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore, il risarcimento del danno spettante a quest’ultimo a norma dell’articolo 18 legge n. 300 del 1970, commisurato alle retribuzioni perse a seguito del licenziamento fino alla riammissione in servizio, non deve essere diminuito degli importi eventualmente ricevuti dall’interessato a titolo di pensione, atteso che il diritto al pensionamento discende dal verificarsi di requisiti di età e contribuzione stabiliti dalla legge, sicché le utilità economiche che il lavoratore ne ritrae, dipendendo da fatti giuridici del tutto estranei al potere di recesso del datore di lavoro, si sottraggono all’operatività della regola della “compensatio lucri cum damno”.

L’azione di ripetizione dell’indebito. E tale compensazione, prosegue la Corte, «non può configurarsi neanche allorché, eccezionalmente, la legge deroghi ai requisiti del pensionamento, anticipando, in relazione alla perdita del posto di lavoro, l’ammissione al trattamento previdenziale, sicché il rapporto fra la retribuzione e la pensione si ponga in termini di alternatività, né allorché il medesimo rapporto si ponga invece in termini di soggezione a divieti più o meno estesi di cumulo tra la pensione e la retribuzione, posto che in tali casi la sopravvenuta declaratoria di illegittimità del licenziamento travolge “ex tunc” il diritto al pensionamento e sottopone l’interessato all’azione di ripetizione di indebito da parte del soggetto erogatore della pensione, con la conseguenza che le relative somme non possono configurarsi come un lucro compensabile col danno, e cioè come un effettivo incremento patrimoniale del lavoratore».

A questo punto dunque il lavoratore reintegrato viene a trovarsi, relativamente ai ratei percepiti, «nella posizione di un qualsiasi creditore apparente, esposto in quanto tale ad un’azione di ripetizione dell’indebito da parte dell’ente previdenziale».

L’ottica del giudice. E «poco importa se al momento della pronuncia non può esservi ancora certezza della ripetizione da parte dell’ente interessato», dovendo il giudice porsi nell’ottica del rispetto della legge, secondo la quale alla pronuncia di inefficacia del licenziamento «non può che conseguire l’obbligo giuridico, da parte dell’istituto previdenziale erogatore, di recuperare una prestazione pensionistica divenuta ormai indebita perché priva di titolo».

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 1725/2014

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