Diritto

Licenziamento: il giudice può esaminare anche altre domande fondate sugli identici fatti

Licenziamento: il giudice può esaminare anche altre domande fondate sugli identici fatti
Nelle impugnazioni dei licenziamenti in base alla legge Fornero, il giudice può esaminare anche altre domande fondate sugli identici fatti. Tra queste, la richiesta di pronuncia di illegittimità del trasferimento quando il licenziamento sia motivato dal rifiuto del lavoratore di prendere servizio nella nuova sede

Nelle impugnazioni dei licenziamenti in base alla legge Fornero (legge n. 92/2012), il giudice può esaminare anche altre domande fondate sugli identici fatti. Tra queste, la richiesta di pronuncia di illegittimità del trasferimento quando il licenziamento sia motivato dal rifiuto del lavoratore di prendere servizio nella nuova sede. Lo afferma il Tribunale di Catania, Sezione lavoro (giudice Valentina Scardillo), in un’ordinanza del 30 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una lavoratrice avverso il licenziamento disciplinare intimatole in data 28 novembre 2011 all’uopo premettendo: di aver lavorato alle dipendenze della società datrice di lavoro con un contratto a tempo indeterminato a far data dal 7 febbraio 2011, con inquadramento quale impiegata di VI livello e mansioni di segretaria; che, in data 30 settembre 2013, le era stato comunicato il trasferimento – a far data dal 14 ottobre 2013 – dalla Sicilia in Campania, in ragione dell’asserita soppressione del profilo mansionistico suddetto; di aver chiesto l’indicazione dei motivi di tale soppressione, ricevendo risposta soltanto in data 28 ottobre 2013 a mezzo di nota nella quale la società ribadiva che la committenza aveva soppresso il profilo mansionistico in questione; che – dal 14 al 28 ottobre 2013 – era stata comunque impossibilitata all’attività lavorativa perché in stato di malattia; che successivamente non aveva preso servizio nella nuova sede di destinazione sul presupposto dell’illegittimità del trasferimento (per tardiva comunicazione dei motivi ai sensi dell’art. 2 della legge n. 604/1966 e per mancanza di prova in ordine alla soppressione del posto di lavoro presso l’ente …); che, in data 8 novembre 2013, era stata destinataria di contestazione disciplinare per assenza ingiustificata e che infine, in data 28 novembre – nonostante le giustificazioni fornite – era stata licenziata in ragione delle assenze. Concludeva chiedendo “in via preliminare accertare e dichiarare l’inefficacia e/o l’illegittimità del trasferimento intimato in data 30 settembre 2013 e conseguentemente e per l’effetto accertare e dichiarare l’illegittimità del licenziamento”, con la reintegra nel medesimo posto di lavoro ed il pagamento delle retribuzioni perdute; in subordine chiedeva il risarcimento danni per inadempimento contrattuale, da determinarsi in misura equivalente alle retribuzioni perdute dal licenziamento alla data della sentenza.

La società eccepiva l’improponibilità per rito della domanda relativa all’accertamento della illegittimità del trasferimento, peraltro pregiudiziale rispetto alla chiesta declaratoria di illegittimità del licenziamento. Nel merito adduceva la legittimità del trasferimento (contestando l’applicabilità dell’art. 2 della legge n. 604/66 e ribadendo le ragioni oggettive sottese al provvedimento già comunicate alla lavoratrice) e la conseguente legittimità del licenziamento, stante la carenza di giustificazione delle assenze protrattesi a far data dal 14 ottobre; negava di aver ricevuto comunicazione dello stato di malattia della dipendente; contestava la sussistenza dei presupposti per l’eccezione di inadempimento; adduceva che le mansioni della ricorrente erano state affidate ad altra lavoratrice, con inquadramento contrattuale di assistente socio sanitaria, che le espletava unitamente alla mansioni del profilo di appartenenza.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI CATANIA
Il Tribunale di Catania accoglie il ricorso presentato dalla lavoratrice. Premettono i giudici che, ai sensi dell’art. 1, comma 48, della legge n. 92/2012, con il ricorso introduttivo del rito specifico non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo (ossia “aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’art. 18 della legge n. 300/1970 e successive modificazioni anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto” ) salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi.
La lettera della legge è chiara nell’escludere la possibilità di proporre con ricorso introduttivo del rito specifico domande estranee allo stesso.
Recentemente la Corte di Cassazione, nel vagliare la questione della proponibilità del regolamento preventivo di giurisdizione in sede di rito Fornero, ha delineato i connotati di quest’ultimo espressamente richiamando l’art. 702-bis cpc quale procedimento simile a quello specifico in materia di licenziamenti.
Ai sensi dell’art. 702-ter cpc il giudice, se rileva che la domanda non rientra tra quelle indicate nell’articolo 702-bis cpc, la dichiara inammissibile.
Tale conseguenza (ovvero, in maggiore aderenza testuale, quella della improponibilità), sebbene non espressamente prevista dalla legge n. 92/2012, risulta essere quella più rispondente tanto alla lettera del comma 48 (“non possono essere proposte …”) quanto alla ratio di preservare la fase sommaria da rallentamenti e complessità dovuti a macchinosità processuali quali separazioni delle domande o mutamenti del rito.
In definitiva, anche in considerazione del suddetto pronunciamento della Cassazione, deve reputarsi vadano dichiarate inammissibili le domande estranee al c.d. rito Fornero e non fondate sui medesimi fatti costitutivi né inerenti la questione pregiudiziale della qualificazione del rapporto di lavoro.
Nella specie, tuttavia, la questione dell’accertamento della illegittimità del trasferimento – proprio in quanto strettamente pregiudiziale rispetto all’impugnativa di licenziamento obbligatoriamente soggetta al rito specifico – non può considerarsi estranea a tale ultimo rito.
Infatti, la locuzione “stessi fatti costitutivi” non può essere intesa in senso strettamente letterale ma va intesa con riferimento all’oggetto del vaglio giudiziale, che deve riguardare i medesimi fatti sia pure con l’aggiunta di elementi valutativi in diritto o con il mutamento della prospettiva valutativa legati al differente petitum che quantomeno deve connotare le domande affinchè siano “altre” rispetto all’impugnativa di licenziamento.
Altrimenti, il giudice avrebbe dovuto sospendere il giudizio sull’impugnazione del licenziamento (soggetto al rito Fornero) sino alla conclusione della causa sulla legittimità del trasferimento. Il che «sarebbe radicalmente contrario – conclude – alla ratio acceleratoria» del rito speciale.

Venendo al vaglio della legittimità del trasferimento, il giudice disattende innanzitutto la doglianza relativa alla intempestiva comunicazione dei motivi stessa. Sul punto si rammenta l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale “In materia di trasferimento del lavoratore vige il principio generale di libertà delle forme: pertanto qualora il datore di lavoro abbia indicato i motivi del disposto mutamento di sede di lavoro contestualmente all’adozione dell’atto di trasferimento egli non è soggetto ad un alcun obbligo di ulteriore precisazione dei motivi anche in caso di specifica richiesta dei motivi – in applicazione analogica dell’art. 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604 – da parte del lavoratore trasferito” (Cass. Sez. L, sentenza n. 19425 del 22/08/2013; cfr. anche Cass. Sez. L, sentenza n. 9290 del 15/05/2004”. Ai fini dell’efficacia del provvedimento di trasferimento del lavoratore, non è necessario che vengano enunciate contestualmente le ragioni del trasferimento stesso, atteso che l’art. 2103 cod. civ., nella parte in cui dispone che le ragioni tecniche, organizzative e produttive del provvedimento siano comprovate, richiede soltanto che tali ragioni, ove contestate, risultino effettive e di esse il datore di lavoro fornisca la prova.
Pertanto, l’onere dell’indicazione delle ragioni del trasferimento, che, in caso di mancato adempimento, determina l’inefficacia sopravvenuta del provvedimento, sorge a carico del datore di lavoro soltanto nel caso in cui il lavoratore ne faccia richiesta – dovendosi applicare per analogia la disposizione di cui all’art. 2 della legge 15 luglio 1966, n. 604, che prevede l’insorgenza di analogo onere nel caso in cui il lavoratore licenziato chieda al datore di lavoro di comunicare i motivi del licenziamento – fermo restando che il suddetto onere di comunicazione, al pari di quanto avviene in tema di licenziamento ai sensi della disposizione citata, non riguarda anche le fonti di prova dei fatti giustificativi del trasferimento”.

In ossequio al principio costituzionale di libertà di iniziativa economica dell’imprenditore il controllo giudiziale sulla legittimità dell’esercizio del potere datoriale di mutamento del luogo lavorativo è limitato all’accertamento della sussistenza delle comprovate ragioni giustificative, dovendosi escludere il sindacato sull’opportunità del provvedimento e della scelta operata dal datore di lavoro (cfr. ex multis Cass. sez. lav.7474/2012, 5099/2011, Cass. sez.lav. 414/1993).

Tuttavia, la società non ha dato prova della soppressione del posto di lavoro, sicché si deve ritenere che il trasferimento non sia stato disposto in base a un corretto «esercizio del potere di variazione datoriale». Era quindi legittimo il rifiuto della lavoratrice di adempiere all’ordine di trasferimento (art. 1460 del codice civile). Ragioni che inducono il Tribunale a ordinare la reintegra nel posto occupato prima del trasferimento.

Nelle impugnazioni dei licenziamenti in base alla legge Fornero, il giudice può esaminare anche altre domande fondate sugli identici fatti. Tra queste, la richiesta di pronuncia di illegittimità del trasferimento quando il licenziamento sia motivato dal rifiuto del lavoratore di prendere servizio nella nuova sede
Tribunale di Catania – Ordinanza 30 Dicembre 2014

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