Diritto

Licenziamento disciplinare: necessario un coefficiente doloso o colposo

Licenziamento disciplinare: necessario un coefficiente doloso o colposo
Anche la responsabilità disciplinare richiede un indispensabile coefficiente doloso o colposo, che richiede una puntuale e rigorosa prova, non essendo ammissibile ricorrere a semplificazioni o presunzioni, occorrendo invece provare che il lavoratore, abbia posto in essere, con il suo comportamento cosciente e volontario, un fatto disciplinarmente rilevante quale fatto proprio colpevole

Illegittimo il licenziamento disciplinare di alcuni dipendenti postisi alla testa di un corteo di protesta sindacale degenerato in lanci di uova ed oggetti. La Sezione lavoro della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2375 del 9 febbraio 2015, ha affermato un importante principio in tema di licenziamento disciplinare, in particolare affermando che così come la responsabilità penale, anche quella disciplinare richiede un indispensabile coefficiente doloso o colposo, che non può ricavarsi dall’essere stati i lavoratori partecipi o promotori di una manifestazione a sfondo sindacale poi degenerato nel lancio di uova od altri oggetti, ove manchi la prova che i lavoratori vi abbiano materialmente o moralmente partecipato o che in qualche modo gli stessi abbiano previamente concordato con altri il ricorso ad una contestazione violenta.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra un sindacato di lavoratori, licenziati per motivi disciplinari, e la società datrice di lavoro. La Corte d’Appello, in riforma della sentenza del Tribunale, ha rigettato le opposizioni proposte contro il decreto emesso ai sensi dell’art. 28 Stat. con cui il Tribunale aveva dichiarato antisindacale la condotta datoriale e ne aveva ordinato la cessazione.
La condotta repressa era consistita nei licenziamenti disciplinari intimati ad otto lavoratori, attivisti o iscritti all’associazione sindacale, sulla base di una contestazione riguardante fatti accaduti durante un’assemblea programmata, nel corso della quale vi erano state forti contestazioni. Ai lavoratori era stato addebitato l’essersi posti alla testa di un corteo di circa cinquanta lavoratori che, con atteggiamento aggressivo e intimidatorio, aveva cercato di impedire il regolare svolgimento dell’assemblea anche attraverso il lancio di oggetti. Con riferimento ad un lavoratore, la contestazione riguardava anche l’accesso in azienda fuori dal regolare turno di lavoro e senza averne dato preventiva comunicazione al personale di sorveglianza, come da disposizioni aziendali valide anche per i rappresentanti sindacali.
Mentre per alcuni dipendenti l’iter disciplinare si era concluso con l’irrogazione della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per tre giorni, per altri otto era stato disposto il licenziamento per giusta causa.

La Corte d’Appello, andando in contrario avviso rispetto al giudice di primo grado, per quanto qui di interesse, ha ritenuto illegittimi i licenziamenti per mancanza di prova degli addebiti e per genericità della contestazione disciplinare in quanto formulata, in modo uniforme, nei confronti di tutti i destinatari, ad eccezione di uno solo.
In particolare, tale contestazione aveva attribuito a tutti i lavoratori l’essersi posti alla testa del corteo e l’aver avuto atteggiamenti violenti con lancio di corpi contundenti, senza tuttavia specificare per ciascuno di essi quel minimo di condotta materiale o morale che autorizzasse ad attribuire a tutti e a ciascuno l’evento, così violando il principio della personalità della responsabilità disciplinare.

La Corte di merito ha altresì escluso che le manifestazioni di dissenso, espresse anche attraverso fischi e urla, potessero costituire attività violenta o di intimidazione tale da porre in pericolo incolumità.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro, in particolare sostenendo che la sentenza aveva erroneamente escluso che la condotta contestata – al di là della sua effettiva sussistenza nel caso in esame – potesse integrare giusta causa di recesso: ribadiva la società ricorrente che la partecipazione del singolo lavoratore all’azione illegittima di un gruppo può essere oggetto del potere disciplinare del datore di lavoro.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso delle società. Sul punto, gli Ermellini ritengono che correttamente la Corte d’Appello avesse rilevato la mancanza di specificità della contestazione disciplinare. Ed infatti, ha ritenuto che l’aver contestato ai lavoratori di essersi posti alla testa di un corteo, che poi si sarebbe reso responsabile di un atteggiamento aggressivo e intimidatorio, implicava, per un verso, un frazionamento della condotta (essere alla testa di un corteo, aver avuto atteggiamenti violenti come il lancio di corpi contundenti) e, per altro verso, un evidente strappo logico, là dove la società aveva ascritto ai “capi” del corteo singoli comportamenti di violenza e di intimidazione. In ordine alla prima delle due contestazioni, i giudici d’appello correttamente avevano ritenuto che essa avesse ad oggetto comportamenti non esemplificati né individuati attraverso descrizioni obiettive tali da sostanziare quel minimo di specificità che consente al lavoratore di difendersi.

Né a tal fine – per gli Ermellini – basta riferirsi allo “stare alla testa di un corteo”, circostanza che di per sé non implica nessuna conseguente partecipazione agli illeciti addebitati. In proposito la società insiste su un concetto di responsabilità per le azioni del gruppo, che nel nostro ordinamento non può essere oggettiva, ma suppone pur sempre una condotta, anche minima, diretta a rafforzare l’altrui azione offensiva o ad aggravarne gli effetti, condotta non descritta nelle lettere di contestazione.

Ad ogni modo, anche a prescindere da ciò, si tratta — e ciò è di per sé dirimente – di condotta non provata nel corso del giudizio. Per supplire a tale mancanza probatoria la società aveva ipotizzato che l’essere stati i lavoratori alla testa del corteo sia sufficiente ad estendere loro la responsabilità dei successivi lanci di uova e corpi contundenti provenienti dal corteo medesimo e intesi ad impedire lo svolgimento dell’assemblea indetta dagli altri sindacati. L’assunto per i giudici di Piazza Cavour non può essere condiviso.

Valga a chiarire la situazione – puntualizza la Cassazione – proprio il parallelo con quanto si registra nel diritto penale sostanziale in materia di c.d. concorso anomalo. Ai fini della responsabilità penale è indispensabile che costituisca reato anche quello originariamente voluto da taluno dei ricorrenti, mentre, pur a voler trasferire tali concetti sul terreno della responsabilità disciplinare, si ha che nella vicenda in esame l’originaria iniziativa concordata (un corteo interno in opposizione all’assemblea indetta da altre organizzazioni sindacali) era, ad ogni modo, lecita e — tra l’altro — non vi era prova che gli atti violenti poi verificatisi fossero stati previamente concordati dai lavoratori licenziati o siano stati solo il frutto di un’iniziativa estemporanea di altri. Né illiceità alcuna, del resto, può rinvenirsi in mere manifestazioni, anche esacerbate, di dissenso che però non trasmodino in atti di violenza.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 2375/2015

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