Diritto

Licenziamento dirigente: limiti della clausola di stabilità

Licenziamento dirigente: limiti della clausola di stabilità
Nel caso in cui la clausola di stabilità espressamente limiti il licenziamento di un dirigente ai soli casi di giusta causa, deve ritenersi illegittimo il recesso datoriale motivato dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione per asserita crisi aziendale, atteso che il giustificato motivo oggettivo per sua stessa natura prescinde da qualsivoglia inadempimento del lavoratore

Nel caso in cui la clausola di stabilità espressamente limiti il licenziamento di un dirigente ai soli casi di giusta causa, deve ritenersi illegittimo il recesso datoriale motivato dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione per asserita crisi aziendale, atteso che il giustificato motivo oggettivo per sua stessa natura prescinde da qualsivoglia inadempimento del lavoratore. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25902 del 9 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Perugia, ritenuto legittimo il licenziamento intimato per crisi aziendale da una S.p.A. al proprio dirigente, condannava la prima a pagare al secondo l’indennità supplementare prevista dall’art. 19 dell’accordo interconfederale 27.4.95 nonché il risarcimento dei danni per violazione della clausola di stabilità pattuita nel contratto individuale stipulato tra le parti, che prevedeva a favore del dirigente una stabilità per 8 anni a decorrere dal 1° luglio 2000.

In parziale accoglimento del gravame proposto dalla S.p.A., la Corte d’Appello di Perugia ha rigettato la domanda relativa al risarcimento dei danni per violazione della clausola di stabilità, confermando nel resto la pronuncia di prime cure.
Ad avviso della Corte territoriale, assodato che gran parte del personale era stato collocato in CIG e non essendovi prova contraria, doveva ritenersi che la società non traesse più utilità alcuna dalla prestazione lavorativa del dirigente, sicché il licenziamento era giustificato, non escludendo la clausola di stabilità l’applicazione dei generali principi civilistici in materia di impossibilità sopravvenuta della prestazione.

Nel ricorso per cassazione, il dirigente censura la decisione della Corte d’Appello nella parte in cui ha ritenuto che la clausola di stabilità pattuita tra le parti, che pur espressamente limitava il licenziamento del medesimo ai soli casi di giusta causa ex art. 2119 del codice civile, potesse estendersi anche alle ipotesi di impossibilità sopravvenuta della prestazione per asserita crisi aziendale. Il dirigente censura altresì la statuizione della Corte territoriale laddove la sentenza non ha verificato se il rapporto si sarebbe potuto interrompere alla luce delle pattuizioni contenute nel contratto individuale ed ha sostanzialmente addossato al lavoratore l’onere di provare la possibilità, per la S.p.A., di utilizzarlo in altre mansioni.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dal dirigente. Sebbene con accenti diversi, infatti, si è di sovente affermato che l’impossibilità sopravvenuta della prestazione disciplinata possa farsi valere mediante il tramite del giustificato motivo oggettivo che può legittimare il licenziamento, sebbene non possa dirsi che i due concetti abbiano aree di operatività coincidenti. La Cassazione ha anche più volte statuito che è valida la clausola di stabilità del rapporto di lavoro per una durata minima garantita, che si traduce in una preventiva rinunzia del datore di lavoro alla facoltà di recesso e, quindi, in una maggiore garanzia per il lavoratore. Pertanto questi, in ipotesi di anticipata e ingiustificata risoluzione del rapporto da parte del datore di lavoro, ha diritto al risarcimento del danno. È pur vero che, anche nei contratti garantiti da clausola di durata minima, è possibile fare luogo all’applicazione degli ordinari rimedi sinallagmatici fra cui quello della risoluzione per impossibilità sopravvenuta della prestazione: nondimeno, osservano gli Ermellini, non integra impossibilità sopravvenuta la mera soggettiva valutazione di inutilità della prestazione lavorativa da parte del suo creditore o l’esistenza d’una situazione di crisi aziendale che determini il ricorso alla cassa integrazione guadagni per la maggior parte dei dipendenti, poiché ciò di per sé non implica alcun automatica irrilevanza della prestazione del singolo dirigente.

Nonostante ciò la Corte d’Appello aveva ritenuto che l’esemplificazione (contenuta nella clausola di durata minima) dei casi di mancanza grave commessa dal lavoratore potesse estendersi anche a casi estranei alla responsabilità del lavoratore, come quelli relativi ad eventuali crisi aziendali, senza però considerare che il giustificato motivo oggettivo per sua stessa natura prescinde da qualsivoglia inadempimento del lavoratore, mentre la clausola in questione parlava espressamente di sole mancanze, ovvero di inadempimenti. Dunque, soltanto all’interno di tale cornice di riferimento può essere letta la successiva esemplificazione delle possibili mancanze gravi contenuta nella clausola di durata minima pattuita fra le parti, il che non permette di utilizzare il criterio di interpretazione dei contratti (art. 1365 c.c.) per estendere le ipotesi convenzionali di recesso anche a quelle per giustificato motivo oggettivo.

D’altronde, concludono i Supremi Giudici, allargare la clausola in questione anche al giustificato motivo oggettivo significa in sostanza esporre il rapporto alle stesse vicende risolutive che avrebbe potuto soffrire anche in assenza del patto, in tal modo vanificandone la garanzia di stabilità, il tutto in dispregio della norma codicistica (art. 1367 c.c.) secondo cui, nel dubbio, le clausole devono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25902/2014

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