Diritto

Licenziamento di lavoratore disabile per superamento del periodo di comporto: annullabilità e quota di riserva

Licenziamento di lavoratore disabile per superamento del periodo di comporto: annullabilità e quota di riserva
Al licenziamento per superamento del comporto non si applicano le disposizioni sul licenziamento per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo

In tema di licenziamento del lavoratore disabile, l’art. 10, comma 4, della legge n. 68 del 1999 – che prevede l’annullabilità del recesso esercitato nei confronti del lavoratore disabile (o di categoria equiparata) occupato obbligatoriamente «qualora, nel momento della cessazione del rapporto, il numero dei rimanenti lavoratori occupati obbligatoriamente sia inferiore alla quota di riserva» prevista dal precedente art. 3 della legge – riguarda soltanto il «recesso di cui all’art. 4, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero il licenziamento per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo» e non anche gli altri tipi di recesso datoriale. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3931 del 26 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Brescia ha confermato la decisione del Tribunale di Cremona con la quale era stata rigettata la domanda di un lavoratore, collocato obbligatoriamente presso un’azienda agricola, volta ad accertare l’illegittimità del licenziamento comminatogli per superamento del periodo di comporto.

In particolare, il lavoratore lamentava la violazione dell’art. 10, comma 4, della legge n. 68/1999 secondo cui era annullabile il licenziamento di lavoratore occupato obbligatoriamente per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo quando al momento della cessazione dei rapporto, il numero dei rimanenti lavoratori occupati obbligatoriamente fosse inferiore alla quota di riserva. Secondo la Corte territoriale il licenziamento per superamento del periodo di comporto costituiva un’ipotesi speciale di licenziamento che trovava una sua specifica disciplina prevalente sia sulla disciplina della risoluzione per impossibilità parziale sopravvenuta, sia su quella limitativa dei licenziamenti di cui alle leggi n. 604 del 1966 e 300 del 1970 con la conseguenza che il superamento del termine determinato dalla disciplina collettiva o dagli usi o in difetto dal giudice, costituiva condizione sufficiente di legittimità del recesso.

La Corte ha poi sottolineato che il licenziamento per superamento del comporto era distinto dal licenziamento per giustificato motivo oggettivo; che l’art. 10, comma 4, citato era di stretta interpretazione e che, pertanto, non era applicabile alla fattispecie in esame. Infine la Corte ha escluso che la malattia del dipendente fosse riconducibile all’attività svolta non avendo mai esercitato mansioni incompatibili.

Nel ricorso per cassazione, il lavoratore deduce che il licenziamento per superamento del comporto è licenziamento per giustificato motivo oggettivo seppure speciale, e che la Corte non si era pronunciata sulla natura del recesso citando soltanto sentenze che sottolineavano la specialità del recesso.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dal lavoratore. Sul punto, gli Ermellini rilevano che le previsioni dell’art. 10, comma 4, della legge n. 68/1999 sono tassative e non possono estendersi al licenziamento per superamento del comporto o al licenziamento disciplinare.

La Suprema Corte ha già avuto modo di affermare (Cass. n. 15873/2012) che “In tema di licenziamento del lavoratore disabile, l’art. 10, comma 4, della legge n. 68 del 1999 – che prevede l’annullabilità del recesso esercitato nei confronti del lavoratore disabile (o di categoria equiparata) occupato obbligatoriamente «qualora, nel momento della cessazione del rapporto, il numero dei rimanenti lavoratori occupati obbligatoriamente sia inferiore alla quota di riserva» prevista dal precedente art. 3 della legge – riguarda soltanto il «recesso di cui all’art. 4, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero il licenziamento per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo» e non anche gli altri tipi di recesso datoriale”.

Contrariamente a quanto affermato dal lavoratore, la Corte territoriale ha inteso sottolineare che il licenziamento per superamento del comporto non è riconducibile alle altre ipotesi previste dall’art. 10 citato atteso che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, al quale si riferisce tale disposizione, non può che essere quello per soppressione del posto (ossia il c.d. licenziamento economico) in simmetria con il licenziamento collettivo per riduzione di personale.

Da quì, il rigetto del ricorso.

In tema di licenziamento del lavoratore disabile, l’art. 10, comma 4, della legge n. 68 del 1999 – che prevede l’annullabilità del recesso esercitato nei confronti del lavoratore disabile (o di categoria equiparata) occupato obbligatoriamente «qualora, nel momento della cessazione del rapporto, il numero dei rimanenti lavoratori occupati obbligatoriamente sia inferiore alla quota di riserva» prevista dal precedente art. 3 della legge – riguarda soltanto il «recesso di cui all’art. 4, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero il licenziamento per riduzione di personale o per giustificato motivo oggettivo» e non anche gli altri tipi di recesso datoriale.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 3931/2015

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