Diritto

Licenziamento del disabile nel periodo di prova: quali garanzie?

Licenziamento del disabile nel periodo di prova: quali garanzie?
Nell’ipotesi di patto di prova legittimamente stipulato con uno dei soggetti protetti, il recesso dell’imprenditore durante il periodo di prova è sottratto alla disciplina limitativa del licenziamento individuale anche per quanto riguarda l’onere dell’adozione della forma scritta, e non richiede pertanto una formale comunicazione delle ragioni del recesso

Il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso: incombe, pertanto, sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare, secondo la regola generale del codice civile, sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 469 del 14 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una lavoratrice appartenente a categoria protetta e la società datrice di lavoro. In particolare, la suddetta lavoratrice esponeva:

  • di essere stata selezionata per un corso di tirocinio di sei mesi presso una struttura ospedaliera come addetta alle pulizie, a rifare i letti e a servire i pasti ai malati;
  • di essere stata assunta – all’esito del tirocinio – come ausiliario specializzato con contratto a tempo indeterminato con patto di prove di sei mesi;
  • che con lettera del 21 luglio 2004 la struttura ospedaliera recedeva dal rapporto di lavoro per mancato superamento della prova.

Ciò premesso, conveniva in giudizio il datore di lavoro per sentir accertare l’illegittimità del licenziamento, con le conseguenti previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello respingevano il ricorso.

Nel pervenire a tale conclusione la Corte territoriale ha osservato che i tutori esterni, destinati al controllo del regolare svolgimento del tirocinio, non avevano formulato alcun rilievo sul lavoro della ricorrente di natura esecutiva, per cui doveva ritenersi che il rapporto di tirocinio doveva considerarsi regolare sia sotto il profilo della sua costituzione che con riguardo al rispetto della normativa in materia.

La stessa Corte ha aggiunto che la medesima aveva stipulato un contratto a tempo indeterminato con il patto di prova di sei mesi nel rispetto della legge n. 68 del 1989, che per la sua specialità prevaleva sulla normativa generale di cui al R.D.L. n. 1825 del 1924. La struttura ospedaliera, ha concluso la Corte, aveva posto fine alla prova senza indicare i motivi, che però non venivano richiesti dalla lavoratrice.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione quest’ultima, in particolare sostenendo la necessità di una esplicita motivazione nel caso di mancato superamento del periodo di prova.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dalla lavoratrice. In particolare, nell’ipotesi di patto di prova, legittimamente stipulato con uno dei soggetti protetti assunti in base alla legge 2 aprile 1968 n. 482, il recesso dell’imprenditore durante il periodo di prova è sottratto alla disciplina limitativa del licenziamento individuale per quanto riguarda l’onere dell’adozione della forma scritta e non richiede pertanto una formale comunicazione delle ragioni di recesso. In sostanza la manifestazione di volontà del datore di lavoro, in quanto riferita all’esperimento in corso, si qualifica come valutazione negativa dello stesso e comporta, senza necessità di ulteriori indicazioni, la definitiva e vincolante identificazione della ragione che giustifica l’esercizio del potere di recesso. Tale valutazione può essere direttamente contestata dal lavoratore con la deduzione dell’illegittimità dell’atto, che attribuisce al giudice il potere-dovere di accertare, anche d’ufficio, la nullità o meno del recesso, in esito alla prova che risulti determinata o comunque influenzata dalle condizioni cui la legge n. 482 del 1968 collega l’obbligo di assunzione.

Sul punto, dev’essere quindi ricordato che le disposizioni della legge 2 aprile 1968 n 482, sulle assunzioni obbligatorie presso pubbliche amministrazioni ed aziende private di invalidi, ciechi o sordomuti, ovvero di altri soggetti appartenenti alle categorie elencate nell’art. 1 della legge medesima, non ostano a che, nel rapporto di lavoro subordinato in concreto instaurato con l’assunzione fatta in ottemperanza dell’obbligo di legge, sia ammissibile il patto di prova, in forza di previsione dei contratti collettivi o del contratto individuale, ma operano, in relazione alle finalità perseguite ed al principio inderogabile della parità di trattamento di detti soggetti con gli altri lavoratori (art. 10), nel senso di imporre:

a) che la prova venga condotta in mansioni compatibili con lo stato dell’invalido o menomato;
b) che la prova non sia riferibile a condizioni di minor rendimento dovuto all’invalidità;
c) che il giudizio negativo reso dal datore di lavoro sia assoggettato al sindacato di legittimità, ma non di merito, dell’autorità giudiziaria, risultando il recesso viziato da motivo illecito in caso di violazione delle due prime condizioni.

La prova del motivo illecito grava sul lavoratore in base alla regola generale di cui all’art. 2697 cod.civ.
Nel caso di specie detto principio risulta essere stato rispettato.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 469/2015

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