Diritto

Licenziamento del dirigente sessantacinquenne: necessaria la forma scritta, ma non la motivazione

Licenziamento del dirigente sessantacinquenne: necessaria la forma scritta, ma non la motivazione
In caso di licenziamento di un dirigente che abbia compiuto sessantacinque anni di età o che li compia allo scadere del periodo di preavviso, l’azienda è tenuta a rispettare la forma scritta della comunicazione del recesso, ma non è obbligata a comunicare il motivo del recesso

Nel lavoro subordinato privato, a differenza di quanto avviene nei rapporti di lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni disciplinati dal D.Lgs. n. 165/2001, la tipicità e tassatività delle cause d’estinzione del rapporto escludono risoluzioni automatiche al compimento di determinate età, ovvero con il raggiungimento di requisiti pensionistici, ancorché contemplate dalla contrattazione collettiva. Con la conseguenza che è nulla la previsione contrattuale secondo cui il rapporto di lavoro si risolve automaticamente (senza obbligo di preavviso o di erogare la corrispondente indennità sostitutiva) al raggiungimento della massima anzianità contributiva. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 7899 del 17 aprile 2015.

IL FATTO
Un lavoratore stipulò con l’ATAM s.p.a. un contratto di lavoro subordinato per lo svolgimento delle mansioni di dirigente dell’area tecnica con decorrenza dal 1° dicembre 2001 e per la durata di cinque anni, tacitamente rinnovabili per un ulteriore quinquennio in assenza di preavviso delle parti, da comunicarsi almeno dodici mesi prima della scadenza.
Il contratto, scaduto 1° dicembre 2006, si rinnovò in assenza di disdetta fino al 1° dicembre 2011: tuttavia, nel corso di questo quinquennio, con nota del 28 giugno 2007, l’Azienda comunicò al lavoratore l’intenzione di risolvere il rapporto a far tempo dal 28 giugno 2008 in ragione del raggiungimento, da parte di quest’ultimo, dei sessantacinque anni di età.

Il Tribunale di Reggio Calabria, adito dal lavoratore con ricorso diretto ad ottenere il risarcimento del danno per effetto dell’anticipata risoluzione del rapporto, rigettò la domanda. Su appello proposto dallo stesso, la Corte territoriale ha invece accolto l’impugnazione condannando la società al risarcimento del danno, in favore del lavoratore, liquidato in misura pari alle retribuzioni che questo avrebbe percepito ove il contratto fosse venuto a scadenza naturale.

In particolare, il giudice del merito ha ritenuto che la ragione del recesso addotta dalla società – costituita dal fatto che il lavoratore avrebbe raggiunto il 65° anno di età nel corso del quinquennio – non costituiva giusta causa di risoluzione del contratto, né poteva valere come “giustificazione”, idonea ad interrompere il rapporto con il dirigente, non costituendo il raggiungimento dell’età pensionabile una ragione di risoluzione del contratto.

Contro la sentenza la società ha proposto ricorso per cassazione, in particolare sostenendo l’erroneità della decisione per avere il giudice interpretato il C.C.N.L. in violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, nella parte in cui ha ritenuto che la deroga – secondo cui le disposizioni dell’articolo citato, riguardanti la risoluzione del rapporto di lavoro, non si applicano in caso di risoluzione del rapporto del dirigente che abbia compiuto allo scadere del periodo di preavviso il 65° anno di età – riguardasse solo ed esclusivamente l’obbligo di enunciare il motivo del recesso nella lettera di comunicazione, non anche la necessità della sussistenza di una giusta causa o giustificazione del recesso. Una corretta lettura della norma avrebbe dovuto, invece, indurre il giudice d’appello a ritenere che, in caso di dirigente ultrasessantacinquenne, o divenuto tale al termine del periodo di preavviso, fosse possibile il recesso ad nutum nei termini di cui all’art. 2118 c.c., salvo l’obbligo del preavviso. Tale interpretazione troverebbe avallo, secondo la società, non solo nell’art. 4, comma 2°, della legge 11 maggio 1990, n. 108 -, a tenore del quale le disposizioni dettate all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non si applicano nei confronti dei prestatori di lavoro ultrasessantenni, in possesso dei requisiti pensionistici, sempre che non abbiano optato per la prosecuzione del rapporto di lavoro -, sia nel contratto individuale di lavoro del dirigente, in cui si rinviava alle norme ed alle procedure previste dal C.C.N.L. per i dirigenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. Sul punto, la Suprema Corte ribadisce che nel lavoro subordinato privato, a differenza di quanto avviene nei rapporti di lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni disciplinati dal D.Lgs. n. 165/2001, la tipicità e tassatività delle cause d’estinzione del rapporto escludono risoluzioni automatiche al compimento di determinate età, ovvero con il raggiungimento di requisiti pensionistici, ancorché contemplate dalla contrattazione collettiva. Con la conseguenza che è nulla la previsione contrattuale secondo cui il rapporto di lavoro si risolve automaticamente (senza obbligo di preavviso o di erogare la corrispondente indennità sostitutiva) al raggiungimento della massima anzianità contributiva.

Nel caso concreto, appare corretta la decisione della Corte territoriale, la quale ha dato altresì rilievo, sotto il profilo del comportamento delle parti successivo alla stipulazione del contratto individuale di lavoro, alla natura a tempo determinato del rapporto e alla volontà della Azienda di rinnovare il contratto per ulteriori cinque anni (dopo la sua prima scadenza), pur nella consapevolezza che nel corso del secondo quinquennio il dirigente avrebbe raggiunto i sessantacinque anni.

In caso di risoluzione del rapporto di lavoro effettuata nei confronti di un dirigente che abbia compiuto sessantacinque anni di età o che li compia allo scadere del periodo di preavviso, l’azienda è tenuta a rispettare la forma scritta della comunicazione del recesso, ma non è obbligata a comunicare il motivo del recesso. Ciò non significa che il recesso deve ritenersi per ciò stesso giustificato, ma solo che “viene meno la presunzione assoluta di ingiustificatezza nel caso di mancata contestuale indicazione dei motivi”.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Nel lavoro subordinato privato, a differenza di quanto avviene nei rapporti di lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni disciplinati dal D.Lgs. n. 165/2001, la tipicità e tassatività delle cause d’estinzione del rapporto escludono risoluzioni automatiche al compimento di determinate età, ovvero con il raggiungimento di requisiti pensionistici, ancorché contemplate dalla contrattazione collettiva. Con la conseguenza che è nulla la previsione contrattuale secondo cui il rapporto di lavoro si risolve automaticamente (senza obbligo di preavviso o di erogare la corrispondente indennità sostitutiva) al raggiungimento della massima anzianità contributiva.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 7899/2015

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