Diritto

Licenziabile il dirigente d’azienda che si pone in «insanabile contrasto» con le direttive della capogruppo

Licenziabile il dirigente d'azienda che si pone in «insanabile contrasto» con le direttive della capogruppo
Può essere licenziato il dirigente d’azienda che si pone in «insanabile contrasto» con le direttive della capogruppo

Può essere licenziato il dirigente d’azienda che si pone in «insanabile contrasto» con le direttive della capogruppo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6110 del 17 marzo 2014, confermando la decisione della Corte di Appello di Milano.

IL FATTO

Il caso trae origine dalla sentenza con cui la Corte di Appello di Milano, confermando la decisione del giudice di prime cure, dichiarava legittimo il licenziamento per giusta causa di un dirigente (nel caso di specie direttore generale della società Allianz Ras Tutela Giudiziaria) con l’addebito di aver manifestato, a seguito di circolari emanate dal gruppo societario, un “atteggiamento di radicale opposizione alle gerarchie e direttive aziendali e di messa in discussione della posizione e del ruolo della nostra società all’interno del Gruppo“.

Il dirigente impugnava il licenziamento chiedendo al giudice in via principale la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno, e in via subordinata il pagamento dell’indennità di preavviso e il risarcimento dei danni. Il Tribunale adito, tuttavia, rigettava la domanda.

In secondo grado, la Corte di Appello di Milano riformava tale decisione affermando che il recesso dal rapporto con il dirigente non era sorretto da giusta causa, ma era tuttavia giustificato, riconoscendo il diritto all’indennità di preavviso, ma ritenendo infondate le ulteriori pretese risarcitorie.

Il giudice dell’appello, analizzando il contenuto delle due circolari aziendali e delle due lettere inviate dal dirigente, ha escluso gli estremi della giusta causa perché il comportamento del dirigente si era esaurito nell’espressione di una critica e nella minaccia di far ricorso ad una competente autorità; ha affermato la giustificatezza del recesso in relazione alle modalità di reazione del lavoratore, definita “assolutamente oppositiva”, che concorrevano a porre il dirigente in rotta di collisione con la datrice di lavoro.

Avverso questa sentenza il dirigente proponeva ricorso per cassazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, tuttavia, respinge il ricorso.

Secondo la suprema Corte la sentenza impugnata, dopo aver rilevato che la contestazione di direttive espresse dalla società a capo del gruppo era stata formulata con l’assunto che i poteri conferiti al dirigente non potevano essere modificati per effetto di una direttiva proveniente da altro soggetto, ha affermato – con enunciazione ripresa da entrambe le parti, con critiche opposte – che “la presa di posizione era di per sé legittima e si fondava su argomenti giuridicamente sostenibili“; che il dirigente non aveva mai minacciato di disattendere le circolari, né di fatto risulta avere mai posto in essere alcun comportamento in violazione delle stesse.
La Corte osserva che tali rilievi sono da riferire, nel percorso argomentativo della sentenza impugnata, alla confutazione dell’assunto della società appellata attinente alla sussistenza della giusta causa di licenziamento, ma non contrastano con la valutazione del comportamento complessivo del dirigente (compiuta con l’analisi di entrambe le missive dallo stesso inviate) che denota, secondo la Corte territoriale, la radicale opposizione del dirigente (anche per le forme utilizzate per esprimerla) in insanabile contrasto con la consolidata posizione di accordo della datrice di lavoro con la capogruppo. La tesi secondo cui la contestazione del dirigente costituirebbe la “legittima replica ad illecito comportamento datoriale” è stata disattesa dal giudice dell’appello sul rilievo della compenetrazione tra le società del gruppo che spiegava e giustificava la diffusione delle disposizioni oggetto delle circolari; si ricorda nella sentenza che un contratto di servizio stipulato tra la RAS Tutela Giudiziaria e la capogruppo affidava a questa seconda società la gestione amministrativa, compresa quella del personale, nonché gli adempimenti di carattere societario di competenza della prima società.
La sentenza impugnata sfugge dunque alle critiche mosse dalla difesa del dirigente, posto che ai fini della “giustificatezza” del licenziamento del dirigente, può rilevare qualsiasi motivo, purché esso possa costituire la base per una motivazione coerente e sorretta da motivi apprezzabili sul piano del diritto, a fronte dei quale non è necessaria una analitica verifica di specifiche condizioni, ma è sufficiente una valutazione globale che escluda l’arbitrarietà del licenziamento in quanto riferito a circostanze idonee a turbare il legame di fiducia con il datore, nel cui ambito rientra l’ampiezza dei poteri attribuiti al dirigente.
Nella specie, questa valutazione (rimessa al giudice di merito) appare sorretta da congrua motivazione, in applicazione del principio sopra ricordato; né si rileva alcuna contraddizione tra tale apprezzamento e le ricordate considerazioni sulla legittimità della “presa di posizione” del dirigente nei confronti della società.

Inoltre la società, svolgendo rilievi sull’apprezzamento della gravità del comportamento del dirigente, qualificabile come insubordinazione, per il rifiuto di ottemperare a disposizioni impartite, e rinnovando la propria contestazione della tesi di controparte (peraltro disattesa dalla Corte territoriale) sulla avvenuta limitazione dei poteri del Direttore Generale della società, propone in sostanza un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento espressi dal giudice di merito in ordine agli stessi elementi già apprezzati, attraverso una critica del risultato interpretativo raggiunto che si risolve solamente nella contrapposizione di una diversa interpretazione ritenuta corretta dalla parte. La sentenza impugnata dà infatti conto con adeguata motivazione dell’inesistenza di una situazione tale da non consentire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto, sul rilievo che il comportamento del dirigente si esauriva nell’espressione di una critica e nella minaccia di fare ricorso ad una competente autorità.

In definitiva, gli ermellini respingono il ricorso del dirigente disponendo la compensazione delle spese del giudizio, in ragione della reciproca soccombenza.

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