Italia

Letta-Saccomanni: privatizzare per rilanciare la crescita

Alle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico hanno di recente accennato il ministro Saccomanni e il Presidente Letta
Alle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico hanno di recente accennato il ministro Saccomanni e il Presidente Letta

Alle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico hanno di recente accennato il ministro Saccomanni e il Presidente Letta. Una riflessione ci pare dunque opportuna sulle cessioni (parziali o totali) a soggetti privati tra i quali vi sono anche le “market unit” con finalità pubbliche come le Casse depositi e prestiti dei vari paesi europei. Consideriamo due temi: uno sul passato, l’altro sul presente e il futuro. A tali fini useremo spesso l’ottimo “barometro” della Fondazione Eni Enrico Mattei (che dal 2010 s’è associata a Kpmg).

Il passato. La domanda è perché e quanto s’è privatizzato in Italia? Dal 1985, quando si avviò un processo significativo, passando ai record della seconda metà degli anni ’90, per giungere ad oggi,sono quasi 30 anni nei quali le nostre privatizzazioni ebbero quattro componenti: contribuire al risanamento delle finanze pubbliche; ridurre l’enorme perimetro dello Stato “imprenditore”; rendere efficienti imprese e settori dove l’intervento pubblico era clientelare; aumentare la concorrenza anche per rispettare le prescrizioni europee. Essendo molto difficile scindere queste ragioni, il giudizio va dato sulla globalità delle privatizzazioni. Considerate le grandi resistenze politiche frapposte alle dismissioni e la complessità della normativa italiana, il risultato è stato di successo, pur con condivisibili critiche a casi singoli.

Dal 1985 al 2012 l’Italia ha effettuato dismissioni (sia dello Stato che degli Enti locali, sia parziali che totali) con introiti per 157 miliardi di euro correnti preceduta nella Ue25 (senza Bulgaria e Romania) solo dalla Francia (174 miliardi) e seguita da Regno Unito e Germania. Nel decennio 1985-1995 l’Italia ha dismesso per 20 miliardi e nel successivo (1996-2005) per 127,5 miliardi con un record di 25 miliardi nel 1999. Infine nei 7 anni (2006-2012) ha venduto per 9,6 miliardi. Tutti i settori sono stati coinvolti: banche e finanza, immobiliare, manifatturiero, telecomunicazioni, trasporti, costruzioni, energia, agricoltura, utilities, risorse naturali ed altro ancora. Per individuare le più importanti si possono usare molti criteri tra cui il settore in uno o più anni e le quote di una stessa azienda o gruppo ceduta in un anno e in più anni. Limitiamoci a richiamare che dal 1985 al 2012 delle 219 privatizzazioni (classificate per il controvalore in euro su base annuale) quindici sono state tra 1 e 2 milioni di euro, altre quindici tra 2 e 5 milioni, cinque tra 5 e 10 milioni, due sopra i 10 milioni. In totale sono state quasi otto privatizzazioni all’anno. Il che non è poco.

Il presente e il futuro. La domanda è se e come continuare. Dismettere adesso in Italia sarebbe difficile o sbagliato per due ordini di motivi. Perchè i mercati sono deboli; perché le privatizzazioni/dismissioni devono essere precedute in alcuni settori da razionalizzazioni mentre in altri è necessaria una presenza pubblico-privato con una strategia di medio-lungo termine.

La debolezza dei mercati per le privatizzazioni nella Ue è nota e confermata dai dati. Nel 2012 gli introiti da dismissioni si aggirano sui 17 miliardi. Circa un terzo di quanto la Ue introitò nel 2008. Un livello così basso non si vedeva dal 1992 e dal 2002. Vari programmi di dismissioni sono stati rinviati o ridimensionati in Paesi che ne avevano un grande bisogno. La Grecia si prefiggeva sul 2011-2015 dismissioni per 50 miliardi ora ridimensionati a 19 mentre i 3 miliardi del 2012 non sono stati raggiunti. La Spagna nel 2011 ha bloccato all’ultimo momento due offerte pubbliche per un totale di 7 miliardi di euro. Ma anche il Regno Unito preannuncia da tempo quella della Royal Mail che non attua.

Sul totale mondiale degli introiti da privatizzazioni, la Ue è scesa da una media di 25 anni del 46% (con punte del 72% nel 2004 e del 68% nel 2008) ad una media che dovrebbe assestarsi tra il 20% e il 25% nel 2012.

La strategia di medio-lungo termine nel rapporto pubblico – privato riguarda almeno tre settori: l’immobiliare; i servizi pubblici locali; le imprese a rilevanza euro-globale. Tutti vanno valorizzati ma in modo diverso.

Il settore immobiliare pubblico (demaniale e degli enti locali) è stimato a valori di mercato 2011 tra i 239 e i 319 miliardi più terreni tra 19 e 49 miliardi. C’è molto da vendere (pur selettivamente) ma prima bisogna valorizzare anche per adottare altre soluzioni. A tali fini importanti sono i fondi di investimento dedicati come Invimit SGR che è detenuta al 100% dal Mef (e per la quale il decreto “Fare” ha aumentato il capitale) e il Fondo FIV Plus della CDP che è complementare al Fondo FIA per l’edilizia privata sociale. Entrambi sono gestiti da CDPI sgr.

I servizi pubblici locali di rilevanza economica sono territoriali per contribuire all’efficienza dei sistemi locali. Nelle profonde trasformazioni tuttora in corso tra proprietà, gestione, liberalizzazioni pare che il modello delle multiutility di vasta area (in modo da ridurre la miriade di enti e aziendine) con azionariato di Enti pubblici e di privati sia il più promettente.

Le imprese a rilevanza euro-internazionale sono strategiche. Il modello tripolare (Mef, CDP, mercato) può essere esteso anche ad altre imprese come Ferrovie dello Stato (soprattutto la rete), Anas e Poste italiane detenute al 100% dallo Stato. Con le stesse (così come con Enel, Eni, Finmeccanica) si può contribuire ad una politica industriale nazionale ed europea (anche per rafforzare i rapporti tra Paesi membri) per la crescita del sistema Italia. Che, alla fine, è quello che conta.

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