Diritto

Legittimo l’esame di educazione civica per i soggiornanti di lungo periodo

Gli Stati membri possono imporre ai cittadini di Paesi terzi, che siano soggiornanti di lungo periodo, l'obbligo di superare un esame di integrazione civica. Tuttavia, le modalità non devono essere tali da compromettere la realizzazione degli obiettivi di integrazione
Gli Stati membri possono imporre ai cittadini di Paesi terzi, che siano soggiornanti di lungo periodo, l’obbligo di superare un esame di integrazione civica. Tuttavia, le modalità non devono essere tali da compromettere la realizzazione degli obiettivi di integrazione

La direttiva sullo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo stabilisce che gli Stati membri conferiscono lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini di paesi terzi che hanno soggiornato legalmente e ininterrottamente per cinque anni nel loro territorio immediatamente prima della presentazione della pertinente domanda. Gli Stati membri possono tuttavia esigere che i cittadini di paesi terzi soddisfino le condizioni di integrazione, conformemente alla legislazione nazionale. La direttiva non stabilisce, invece, se e in quale misura l’imposizione di un obbligo di integrazione sia possibile anche dopo l’acquisizione del suddetto status. Gli Stati membri possono dunque imporre ai cittadini di Paesi terzi, che siano soggiornanti di lungo periodo, l’obbligo di superare un esame di integrazione civica. Tuttavia, le modalità non devono essere tali da compromettere la realizzazione degli obiettivi di integrazione perseguiti dalla direttiva 2003/109/CE. Lo ha stabilito la Corte Ue, sentenza 4 giugno 2015, Causa C-579/13.

IL FATTO
Nei Paesi Bassi l’obbligo di integrazione degli stranieri implica la necessità di superare un esame di lingua neerlandese nonché di conoscenze di base sulla società. Il mancato assolvimento di siffatto obbligo entro un termine adeguato costituisce un’infrazione punita con ammenda.
Nella presente causa P., cittadina statunitense residente nei Paesi Bassi dal 2002, ha ottenuto nel 2008 lo status di soggiornante di lungo periodo. Nello stesso anno, la Commissie sociale zekerheid Breda (commissione per la previdenza sociale della città di Breda) le ha comunicato che era soggetta all’obbligo di integrazione ai sensi del diritto olandese e che doveva superare il relativo esame entro un termine stabilito. P. ha iniziato a partecipare ad un corso di integrazione, ma lo ha interrotto per motivi di salute e in seguito non l’ha più ripreso.
S., cittadina neozelandese residente nei Paesi Bassi dal 2000, ha ottenuto nel 2007 lo status di soggiornante di lungo periodo. Nel 2010 il College van Burgemeester en wethouders van de gemeente Amstelveen (giunta comunale di Amstelveen) le ha comunicato che era soggetta all’obbligo di integrazione e che doveva superare il relativo esame entro un termine stabilito.
P. e S., ritenendo di non essere soggette all’obbligo di integrazione, in quanto titolari dello status di soggiornante di lungo periodo, hanno impugnato le decisioni.

Adito in appello, il Centrale Raad van Beroep (Corte suprema amministrativa olandese), ha sottoposto alla Corte le questioni pregiudiziali per conoscere se l’obbligo di integrazione civica imposto ai cittadini di paesi terzi titolari dello status di soggiornante di lungo periodo, obbligo il cui mancato assolvimento è punito con ammenda, sia conforme alla direttiva.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA
La Corte di Giustizia rammenta che l’art. 5, paragrafo 2, della direttiva 2003/109, intitolato «Condizioni per acquisire lo status di soggiornante di lungo periodo», prevede che gli Stati membri possano esigere che i cittadini di paesi terzi soddisfino le condizioni di integrazione previste dalla legislazione nazionale. Pertanto, emerge tanto dalla formulazione di tale norma quanto dal contesto in cui essa è inserita che quest’ultima accorda agli Stati membri la facoltà di subordinare l’ottenimento dello status di soggiornante di lungo periodo al previo soddisfacimento di talune condizioni di integrazione.
Orbene – precisano i giudici -, l’obbligo di integrazione civica non condiziona né l’ottenimento né la conservazione dello status di soggiornante di lungo periodo da parte dei cittadini di paesi terzi che hanno richiesto questo status nel periodo tra il 1° gennaio 2007 e il 1° gennaio 2010. Ne consegue che, relativamente a tale categoria di soggetti, un simile obbligo non può essere qualificato come condizione d’integrazione, ai sensi dell’art. 5, paragrafo 2, della direttiva 2003/109. Pertanto, poiché l’art. 5, paragrafo 2, della direttiva 2003/109 non impone né vieta agli Stati membri di esigere dai cittadini di paesi terzi l’adempimento di obblighi di integrazione dopo l’ottenimento dello status di soggiornante di lungo periodo, questa norma non osta ad una misura di integrazione come quella per cui è causa.

Tenuto conto del fatto che l’obbligo di integrazione civica non è imposto ai cittadini nazionali, la Corte esamina se un tale obbligo possa essere contrario al principio di parità di trattamento sancito dall’art. 11, paragrafo 1, della direttiva 2003/109, nei diversi settori ivi previsti. In forza di una giurisprudenza costante, il principio della parità di trattamento impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato. Le misure di integrazione per cui è causa consistono, in sostanza, nell’obbligo di acquisire e/o dimostrare di possedere capacità di espressione orale e scritta nella lingua neerlandese nonché una conoscenza della società olandese. Orbene – sottolineano i giudici -, mentre si può presumere che i cittadini nazionali dispongano di tali competenze e conoscenze, lo stesso non vale per cittadini di paesi terzi. Pertanto, occorre considerare che la situazione dei cittadini di paesi terzi non è analoga a quella dei cittadini nazionali per quanto concerne l’utilità delle misure di integrazione quali l’acquisizione di una conoscenza tanto della lingua quanto della società del paese in questione.
Pertanto, poiché le citate situazioni non sono analoghe, il fatto che l’obbligo di integrazione civica non sia imposto ai cittadini nazionali non viola il diritto dei cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo alla parità di trattamento con i cittadini nazionali.
Tuttavia, le modalità di applicazione di tale obbligo di integrazione civica non devono contravvenire al principio di non discriminazione.
In ogni caso – aggiunge la Corte – gli Stati membri non possono applicare una normativa nazionale tale da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109 e, pertanto, da privarla del suo effetto utile (l’integrazione dei cittadini di paesi terzi stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri).

Ciò posto, ritiene la Corte che l’acquisizione di una conoscenza tanto della lingua quanto della società dello Stato membro ospitante faciliti ampiamente la comunicazione tra i cittadini di paesi terzi e i cittadini nazionali e, inoltre, favorisca l’interazione e lo sviluppo di rapporti sociali tra gli stessi. Inoltre, l’acquisizione della conoscenza della lingua dello Stato membro ospitante rende meno difficile l’accesso da parte dei cittadini di paesi terzi al mercato del lavoro e alla formazione professionale.
In tale prospettiva, nei limiti in cui l’obbligo di superare un esame, come quello in discussione, permette di assicurare l’acquisizione da parte dei cittadini di paesi terzi interessati di conoscenze che risultano incontestabilmente utili per stabilire legami con lo Stato membro ospitante, tale obbligo, di per sé, non compromette la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109, ma può viceversa contribuire alla loro realizzazione.
Tuttavia, le modalità di applicazione di tale obbligo non devono essere neanch’esse tali da compromettere questi obiettivi, tenuto conto in particolare del livello di conoscenze richieste per superare l’esame di integrazione civica, dell’accessibilità ai corsi e al materiale necessario per preparare questo esame, degli importi applicabili ai cittadini di paesi terzi a titolo di costi d’iscrizione per sostenere detto esame o della presa in considerazione di circostanze individuali particolari, come l’età, l’analfabetismo o il livello di istruzione.

Corte di Giustizia – Causa C-579/13

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