Diritto

Legittimo il sequestro preventivo esteso ai soci

Legittimo il sequestro preventivo esteso ai soci
Legittimo il sequestro preventivo delle somme profitto del reato di evasione fiscale esteso ai soci sotto forma di sequestro per equivalente nel caso sia impossibile “aggredire” direttamente il profitto

Legittimo il sequestro preventivo delle somme profitto del reato di evasione fiscale esteso ai soci sotto forma di sequestro per equivalente nel caso sia impossibile “aggredire” direttamente il profitto. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 24960 del 16 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale di Cosenza, pronunciando sulla richiesta di riesame avanzata avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip avente per oggetto il complesso dei beni aziendali riguardanti l’azienda commerciale ed i beni di proprietà degli indagati, ha confermato il detto provvedimento.

Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione i ricorrenti, deducendo che a fronte di una richiesta di riduzione del sequestro in conseguenza dell’intervenuta cancellazione della società (esercente attività di commercializzazione di articoli sportivi) dal Registro delle Imprese, il provvedimento ablatorio avrebbe dovuto essere limitato a quella somma della quale avrebbero potuto rispondere i due soci nei limiti di € 10.000,00, dovendo essere circoscritto a tale cifra il credito erariale fatto valere.
Rilevano inoltre la violazione della disposizione civilistica di cui all’art. 2495 cod. civ., in quanto – come affermato dalla giurisprudenza di legittimità – nei confronti di una società di capitali che sia stata cancellata dal Registro delle Imprese nessun credito può essere fatto valere tranne che la cancellazione a sua volta non venga rimossa e cancellata.
Concludono pertanto osservando che in assenza di un collegamento tra quanto dovuto al momento del sequestro e quanto in effetti sequestrato, il provvedimento impugnato deve ritenersi nullo.

Il reato contestato agli imputati è quello configurato nell’art. 11 del D.Lgs. n. 74/00 (sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte) che sanziona – nella sua formulazione antecedente all’art. 28, comma 4, del D.L. n. 78/10 -, salvo che non ricorra un più grave reato, la condotta con la quale “chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore a lire cento milioni, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dai ricorrenti. La Suprema Corte osserva innanzitutto come il Tribunale avesse rilevato che i due indagati, nella duplice veste di rappresentati legali, avevano posto in essere una serie di operazioni commerciali fraudolente finalizzate all’evasione delle imposte operando un vero e proprio svuotamento delle casse della società e stipulando un fittizio atto di cessione di azienda. Preso atto della cancellazione della società dal Registro delle Imprese dopo che la medesima era stata trasferita all’estero (Isole Vergini Britanniche), il giudice concludeva per la sussistenza del fumus criminis, peraltro nemmeno contestato dagli odierni ricorrenti.

Ciò premesso, la Suprema Corte sottolinea come ciò che rilevi non è tanto il credito erariale vantato dallo Stato, quanto il diritto all’apprensione in via cautelare di somme costituite dal profitto del reato corrispondente al risparmio di imposta che ben può essere esteso ai soci sotto forma di sequestro per equivalente per un valore corrispondente al profitto del reato, laddove sia impossibile apprendere direttamente il profitto.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 24960/2015

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