Diritto

Legittimo il sequestro dei presunti ricavi occulti

Legittimo il sequestro dei presunti ricavi occulti
Le presunzioni fiscali non sono sufficienti per addivenire ad una condanna penale per evasione, ma su di esse ben può essere fondata l’applicazione di una misura cautelare reale (sequestro per equivalente), in quanto queste ultime non richiedono un compendio indiziario grave, ma la semplice prospettazione del fumus del reato

Linea dura sulla dichiarazione infedele. Le presunzioni fiscali non sono sufficienti per addivenire ad una condanna penale per evasione, ma su di esse ben può essere fondata l’applicazione di una misura cautelare reale (sequestro per equivalente), in quanto queste ultime non richiedono un compendio indiziario grave, ma la semplice prospettazione del fumus del reato. I movimenti bancari sospetti, quindi, sono sufficienti per far scattare il sequestro dei presunti ricavi in nero. Con la sentenza n. 18715 del 6 maggio 2014, la Corte di Cassazione ha così rilanciato l’importanza della presunzione sui versamenti e i prelievi di denaro che non resta circoscritta al giudizio tributario e amministrativo.

IL FATTO

Un contribuente, a seguito di indagini bancarie, era accusato di aver presentato una dichiarazione infedele. Essendo l’imposta evasa superiore alla soglia di rilevanza penale, egli veniva indagato per il reato previsto dall’art. 4, D.Lgs. n. 74/2000 (dichiarazione infedele). Tale ultima disposizione punisce chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi, quando, congiuntamente:

  1. l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 50.000 euro (103.291,38 euro per violazioni commesse fino al 17 settembre 2011);
  2. l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore a euro 2 milioni (2.065.827,60 euro fino al 17 settembre 2011).

Nell’ambito del procedimento penale, il PM chiedeva l’applicazione del sequestro preventivo per equivalente che, tuttavia, il GIP non disponeva. Il Giudice, infatti, affermava che la presunzione fiscale per cui i prelevamenti e i versamenti non giustificati sui conti correnti si presumono ricavi in nero è utilizzabile nel procedimento amministrativo di accertamento del tributo, ma non nel processo penale.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Il PM proponeva, quindi, appello innanzi al Tribunale del riesame che, contrariamente a quanto stabilito dal GIP, disponeva il sequestro delle somme presenti sui conti correnti bancari intestati all’indagato, delle partecipazioni societarie, dei beni mobili registrati e dei beni immobili intestati allo stesso.

Avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame, l’indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando, in sostanza, che la presunzione fiscale di cui all’art. 32, D.P.R. n. 600/1973 non potesse essere utilizzata in sede penale, neppure per fondare l’applicazione di una misura cautelare.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18715, depositata il 6 maggio 2014, ha ritenuto infondato il motivo di ricorso, confermando il provvedimento di sequestro a carico dell’indagato e condannandolo, altresì, al pagamento delle spese processuali.

In particolare, i Supremi giudici ricordano che la giurisprudenza della Cassazione è ormai consolidata nell’affermare che le presunzioni legali tributarie non possono fornire di per sé fonte di prova per addivenire ad una condanna in sede penale, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, liberamente valutabili dal giudice penale unitamente, però, ad altri elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa (cfr. da ultimo n. 10811/2014).
Tuttavia, tali presunzioni hanno valore indiziario e, dunque, su di esse ben può essere fondata l’applicazione di una misura cautelare reale. Queste ultime, infatti, non richiedono un compendio indiziario che si configuri come grave ex art. 273 c.p.p., ma la semplice esistenza del fumus del reato, ovvero la mera probabilità di effettiva consumazione dell’illecito.

Da qui il rigetto del ricorso e la conferma del sequestro a carico dell’indagato.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 18715/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *