Fisco

Legittimo il sequestro al Consulente per evasione

I maggiori compensi addebitati a un consulente fiscale sono idonei a far scattare il sequestro preventivo dei beni in quanto per la misura cautelare è sufficiente l'esistenza del fumus del reato
I maggiori compensi addebitati a un consulente fiscale sono idonei a far scattare il sequestro preventivo dei beni in quanto per la misura cautelare è sufficiente l’esistenza del fumus del reato

I maggiori compensi addebitati a un consulente fiscale applicando le presunzioni legali vigenti per le indagini bancarie, rappresentano meri indizi ai fini penali che, da soli, non possono provare la sussistenza di reati tributari. Tali risultanze sono però idonee a far scattare il sequestro preventivo dei beni in quanto per la misura cautelare è sufficiente l’esistenza del fumus del reato. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Cassazione sezione III penale con la sentenza n. 7078 depositata il 13/2/2013.

Nei confronti di un consulente fiscale venivano svolte indagini finanziarie. L’amministrazione gli contestava maggiori compensi non dichiarati, non solo con riferimento ai versamenti ritenuti non giustificati ma anche per i prelevamenti. Poiché la somma asseritamente evasa superava le soglie di rilevanza penale veniva segnalato alla competente Procura della Repubblica per il reato di infedele dichiarazione (art. 4 del Dlgs 74/1997).

Il Pm richiedeva e otteneva dal Gip il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente di beni nella disponibilità del consulente. La misura cautelare era confermata dal Tribunale del riesame.

Il contribuente ricorreva per Cassazione, denunciando, tra l’altro, che le presunzioni legali operanti in materia tributaria non potevano essere utilizzate in sede penale, con la conseguenza che l’organo inquirente prima, e successivamente il Tribunale della libertà, avrebbero dovuto scorporare, dagli elementi attivi oggetto di omessa dichiarazione, i prelevamenti risultanti dai rapporti bancari.

Ciò anche in considerazione dell’attività professionale, e non commerciale svolta, per la quale i prelevamenti non potevano sottendere compensi non dichiarati.

La Suprema Corte ha confermato, innanzitutto, che le presunzioni sulle indagini finanziarie, al pari di tutte le altre vigenti in materia fiscale, non costituiscono piena prova ai fini dell’accertamento del reato tributario. Esse non possono costituire fonte di prova della commissione del reato, in quanto rilevano solo come indizi che il giudice penale deve valutare unitamente ad altri elementi.

Tuttavia, sulla base di esse, può essere applicata una misura cautelare reale. A tal fine, infatti, non è necessario che il compendio indiziario si configuri come grave, essendo sufficiente l’esistenza dell’ipotesi criminosa.

La Corte, però, ha precisato che è compito del Tribunale del riesame verificare i limiti della somma sequestrabile sulla base degli elementi di cui dispone.

Nella specie sono state ritenute fondate le eccezioni del contribuente per il quale la somma sequestrata era eccessiva rispetto all’asserito importo evaso, in quanto non erano stati espunti alcuni versamenti risultanti dai conti ma che erano riferibili alla liquidazione di alcune società.

Per tali ragioni la Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del consulente, incaricando il tribunale di valutare correttamente la somma da sequestrare che non può essere sproporzionata rispetto a quella ritenuta evasa.

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