Diritto

Legittimo il licenziamento della lavoratrice domestica in stato di gravidanza

Legittimo il licenziamento della lavoratrice domestica in stato di gravidanza
Non essendo per legge vietato licenziare, in ambito di lavoro domestico, la lavoratrice in stato di gravidanza, detto recesso non può essere illecito o comunque discriminatorio

Dall’attribuzione al lavoratore – licenziato in tronco senza giusta causa – dell’indennità sostitutiva del preavviso non deriva di per sé alcuna necessaria e indispensabile affermazione di discriminatorietà del licenziamento. Inoltre, non essendo per legge vietato licenziare, in ambito di lavoro domestico, la lavoratrice in stato di gravidanza, detto recesso non può essere illecito o comunque discriminatorio. Sono questi i principi affermati dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 17433 del 2 settembre 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma, confermando la decisione di primo grado, ha rigettato la domanda di una lavoratrice domestica intesa ad ottenere la condanna del datore di lavoro (presso il quale aveva lavorato come domestica e baby-sitter) a pagarle la retribuzione mensile dalla data del licenziamento (30 ottobre 2004) in poi, licenziamento che si assumeva essere discriminatorio – e come tale riteneva già accertato con una precedente sentenza emessa inter partes dallo stesso Tribunale di Roma – perché intimato durante la gravidanza.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione la lavoratrice, in particolare sostenendo, da un lato, l’errore in cui erano incorsi i giudici di merito nel negare che la precedente sentenza resa inter partes dal Tribunale avesse efficacia di giudicato esterno circa la nullità del licenziamento, nonostante che in quel giudizio la ricorrente avesse chiesto (ed ottenuto) la condanna dei convenuti al pagamento di differenze retributive, TFR e indennità sostitutiva del preavviso e dalla motivazione di tale sentenza emergesse chiaramente che l’istruttoria di causa aveva consentito di accertare l’avvenuto licenziamento in tronco della ricorrente non appena aveva comunicato di essere incinta (e — prosegue il ricorso — non a caso la sentenza in questione aveva condannato i coniugi a pagare l’indennità sostitutiva del preavviso, a riprova del fatto che la circostanza del licenziamento era stata specificamente dedotta ed accertata quale causa petendi di tale indennità); dall’altro, denunciando l’ulteriore errore in cui sarebbero incorsi i giudici di merito nel non pronunciarsi sulla domanda di nullità del licenziamento in quanto discriminatorio, tra l’altro erroneamente ritenendo che il rapporto si fosse sciolto consensualmente solo perché nel precedente giudizio la lavoratrice aveva chiesto il pagamento del TFR (in realtà la domanda di pagamento anche di ogni maggiore o minore somma risultante di giustizia dimostrava la volontà della ricorrente di chiedere il risarcimento dei danni).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla lavoratrice. In merito al primo punto, osserva la Suprema Corte come l’assenza di giusta causa non implichi di per sé alcuna necessaria e indispensabile affermazione di discriminatorietà del licenziamento, che nella sentenza resa inter partes dal Tribunale neppure formava oggetto di domanda da parte della lavoratrice.

Quanto al secondo punto, puntualizzano poi i Supremi Giudici, premesso che la lavoratrice basa l’asserito carattere discriminatorio del recesso sul fatto di essere stata licenziata a cagione della gravidanza, basti ricordare che alle lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari si applicano le norme relative al congedo per maternità e le disposizioni che prevedono il relativo trattamento economico e normativo, con esclusione — dunque — del divieto di licenziamento (dall’inizio della gestazione fino al compimento di un anno d’età del bambino).

Dunque – concludono i giudici -, non essendo per legge vietato licenziare – in ambito di lavoro domestico — la lavoratrice in stato di gravidanza, detto recesso non può essere illecito o comunque discriminatorio. In tal senso i giudici hanno corretto la motivazione della sentenza impugnata, irrilevante essendo in sede di legittimità il domandarsi se il rapporto fra le parti sia cessato per licenziamento o risoluzione consensuale.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 17433/2015

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