Diritto

Legittimo l’accertamento anche se il bene di lusso è inutilizzabile

Legittimo l’accertamento anche se il bene di lusso è inutilizzabile
E’ legittimo l’accertamento anche se il bene di lusso non può essere utilizzato dal contribuente perché sotto sequestro. In questi casi l’atto impositivo può al più essere ridotto in relazione alla diminuzione delle spese ma non annullato

E’ legittimo l’accertamento anche se il bene di lusso non può essere utilizzato dal contribuente perché sotto sequestro. In questi casi l’atto impositivo può al più essere ridotto in relazione alla diminuzione delle spese ma non annullato. Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5606 del 20 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da alcuni accertamenti con i quali l’Agenzia delle Entrate aveva provveduto ad accertare sinteticamente il maggior reddito di un contribuente, valorizzando, sulla base del c.d. redditometro, gli indici di spesa derivanti dal possesso, già dall’anno 1998, di un panfilo di circa 29 metri con equipaggio composto da sette persone.

Il contribuente, nel contestare la pretesa tributaria, rilevava, tra l’altro, che il natante era stato sottoposto a sequestro da parte dell’Autorità Giudiziaria già dal novembre 1999 per cui era impossibile che egli avesse sostenuto, negli anni successivi, le spese del relativo mantenimento.

L’adita Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso del contribuente e la decisione, appellata dall’Agenzia delle Entrate, veniva confermata dalla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna.

In particolare, la Corte territoriale ha rilevato che, essendo pacifico che il natante fosse stato sottoposto a sequestro giudiziario dal novembre 1999, doveva escludersi che il contribuente avesse sostenuto, per i periodi di imposta successivi, i costi di uso e manutenzione.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate censura il decisum del giudice del gravame per avere ritenuto che l’Amministrazione fosse gravata dall’onere di dimostrare la fondatezza della propria pretesa, laddove, ai sensi degli artt. 2697 del codice civile e 38, comma 4, del D.P.R. n.600/73, la determinazione del reddito effettuata in base al c.d. redditometro, dispensava l’Amministrazione Finanziaria da qualsiasi ulteriore prova rispetto ai fatti indici della capacità contributiva.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, premettono gli Ermellini che “in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai decreti ministeriali del 10 settembre e 19 novembre 1992, riguardanti il cosiddetto redditometro dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, giacché codesti restano individuati nei decreti medesimi. Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri e calcoli statistici qualificati, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore” (cfr. Cass n. 9539 del 19 aprile 2013; n. 14161 del 2003).
Si è anche affermato (Cass. n. 16284 del 23 luglio 2007) che la disponibilità di beni indicati dall’art. 2 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, nel testo applicabile nella fattispecie “ratione temporis” – costituisce una presunzione di “capacità contributiva” da qualificare “legale” ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una “capacità contributiva”. Pertanto, il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali “elementi” la capacità presuntiva “contributiva” che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile o perché già sottoposta ad imposta o perché esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma.

Nel caso di specie, la circostanza che il natante, considerato quale bene-indice reddituale, non fosse concretamente utilizzabile dal contribuente – perché sottoposto (dal novembre 1999, e, quindi per un periodo di tempo, peraltro, non coincidente integralmente con quello oggetto di accertamento) a provvedimento di sequestro – è, in tesi, idonea al più ad una riduzione delle spese correlativamente gravanti sul contribuente per l’uso dello stesso ma, non certo, alla loro totale elisione onde il fatto, costituito dalla sottoposizione a sequestro del bene, non può assumere la rilevanza attribuitale dalla C.T.R. emiliana di prova idonea ad annullare integralmente la presunzione di reddito.

Ne consegue l’accoglie parziale del ricorso.

In tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai decreti ministeriali del 10 settembre e 19 novembre 1992, riguardanti il cosiddetto redditometro dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, giacché codesti restano individuati nei decreti medesimi. Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri e calcoli statistici qualificati, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5606/2015

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