Diritto

Le dichiarazioni dei clienti inchiodano il commerciante che non rilascia le ricevute fiscali

Nonostante il divieto di prova testimoniale nel processo tributario, le dichiarazioni raccolte dalla Guardia di finanza fuori dal locale notturno possono essere un dato rilevante per confermare le sanzioni a carico dell’imprenditore che non rilascia le ricevute fiscali
Nonostante il divieto di prova testimoniale nel processo tributario, le dichiarazioni raccolte dalla Guardia di Finanza fuori dal locale notturno possono essere un dato rilevante per confermare le sanzioni a carico dell’imprenditore che non rilascia le ricevute fiscali

Nonostante il divieto di prova testimoniale nel processo tributario, le dichiarazioni raccolte dalla Guardia di Finanza fuori dal locale notturno possono essere un dato rilevante per confermare le sanzioni a carico dell’imprenditore che non rilascia le ricevute fiscali. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 13161 dell’11 giugno 2014.

IL FATTO
In controversia sull’applicazione di sanzioni per omesso rilascio di ricevute fiscali ai partecipanti al veglione con cena svoltosi il 31 dicembre 2004 in un locale, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio rigettava l’appello dell’Agenzia delle Entrate nei confronti del gestore, confermando l’annullamento dell’atto di contestazione notificato ai sensi dell’art. 6, terzo e quarto comma, D.Lgs. n. 471 del 1997. Il giudice di secondo grado, nel condividere l’assunto del giudice di prime cure, osservava che le dichiarazioni rese ai verbalizzanti dai 74 clienti che avevano negato di aver ricevuto le ricevute fiscali erano contraddette dalla contabilità e dalle ricevute «di gruppo». Rilevava, inoltre, che la differenza ben poteva essere ricondotta ad errori di calcolo commessi nella ricostruzione del ricavato e a sconti praticati per la presenza di bambini tra gli avventori.

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’ente impositore. Nel processo tributario, le dichiarazioni dei terzi, raccolte da verificatori o finanzieri e inserite, anche per riassunto, nel processo verbale di constatazione, a sua volta recepito nell’avviso di accertamento, hanno il valore indiziario di informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, utilizzabili dal giudice quale elemento di convincimento (sentenza n. 21812 del 5 dicembre 2012).

Di esse, nella specie – si legge nella sentenza -, il giudice d’appello non ha fatto buon governo non avendo dato alcuna logica spiegazione sia del fatto che ben 74 clienti hanno dichiarato (a breve distanza di tempo dai fatti) di non aver ottenuto la ricevuta fiscale, sia del perché tali propalazioni sarebbero smentite da ignote risultanze della contabilità e/o da imprecisate ricevute di gruppo, che solo altri tre clienti hanno riferito di aver ottenuto.

Ed ancora, la sentenza d’appello parla di «errori di calcolo commessi nelle ricostruzioni del ricavato» senza indicare quali essi siano, come essi siano riscontrabili e quale debba essere l’esatto computo.

Ed, infine, accenna «a sconti praticati per la presenza di bambini», rilievo questo rimasto a livello di mera enunciazione verbalistica priva di qualsivoglia riscontro logico e/o circostanziale.

Da qui, derivano da un lato l’errore giuridico commesso dalla Commissione Regionale nella aprioristica obliterazione del ruolo probatorio delle numerosissime e concordi dichiarazioni indizianti rese dai clienti in sede amministrativa, dall’altro l’errore logico commesso nella valorizzazione di dati generici e indimostrati (errori di calcolo, sconti, ricevute di gruppo) o giuridicamente irrilevanti (regolarità contabile).

La sentenza d’appello viene, pertanto, cassata.

Art. 6, terzo e quarto comma, D.Lgs. 471/97 - Violazione degli obblighi relativi alla documentazione, registrazione ed individuazione delle operazioni soggette all’imposta sul valore aggiunta

3. Se le violazioni consistono nella mancata emissione di ricevute fiscali, scontrini fiscali o documenti di trasporto ovvero nell’emissione di tali documenti per importi inferiori a quelli reali, la sanzione è in ogni caso pari al cento per cento dell’imposta corrispondente all’importo non documentato. La stessa sanzione si applica in caso di omesse annotazioni su apposito registro dei corrispettivi relativi a ciascuna operazione in caso di mancato o irregolare funzionamento degli apparecchi misuratori fiscali. Se non constano omesse annotazioni, la mancata tempestiva richiesta di intervento per la manutenzione è punita con sanzione amministrativa da euro 258 ad euro 2.065.
4. Nei casi previsti dai commi 1, 2 , 3, primo e secondo periodo, e 3-bis la sanzione non può essere inferiore a euro 516.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 13161/2014

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