Diritto

Le attività gratuite svolte in favore di amici e parenti non possono essere considerate in “nero”

Le attività gratuite svolte in favore di amici e parenti non possono essere considerate in “nero”
Le attività senza compenso svolte in favore di amici e parenti o per pura convenienza non possono essere considerate in nero: non scatta la presunzione di maggiori compensi

L’Agenzia delle Entrate non può presumere che dietro l’attività svolta da un libero professionista a titolo gratuito, per ragioni di parentela, amicizia o semplice opportunità, vi sia invece del nero. Di conseguenza non può rettificare maggiori compensi.

È quanto di recente stabilito dalla Commissione Tributaria Provinciale di Cosenza con la sentenza n. 365/04/2013.

La pronuncia trae origine da un avviso di accertamento ai fini di maggiori Irpef, Irap e Iva, emesso nei confronti di un notaio per l’anno 2006. In particolare, l’ufficio ha accertato maggiori compensi in relazione al numero di atti stipulati nell’anno oggetto di controllo, senza tener conto della giustificazione addotta dal notaio di aver redatto 27 atti su 2005 a titolo gratuito (ossia solo l’1,3% del totale). Pertanto il professionista ha impugnato l’avviso in Commissione tributaria provinciale.

Secondo i giudici calabresi, non è sempre corretta la presunzione secondo cui i professionisti sono soliti prestare i propri servizi solo a titolo oneroso. È plausibile, infatti, che un avvocato, un commercialista, un ingegnere o un altro professionista possa svolgere durante l’anno parte della propria attività senza percepire alcun compenso e soltanto per ragioni di amicizia, parentela o di pura convenienza. I giudici cosentini hanno precisato che il numero dei clienti rappresenta ai fini dell’accertamento senz’altro un elemento fondamentale da cui è possibile evincere il reddito di un professionista. Tuttavia, in relazione a un numero esiguo di pratiche rispetto al totale (nel caso di specie le pratiche gratuite rappresentavano solo l’1,3% del totale), un professionista può aver prestato la propria opera senza percepire alcun compenso, ma solo per amicizia o per parentela o per altri motivi di pura convenienza. La presunzione secondo cui i professionisti non sono soliti prestare i propri servizi a titolo gratuito è, infatti, compatibile con la possibilità che un numero esiguo di pratiche vengano trattate gratuitamente. Lo stesso principio è stato espresso in passato anche dalla Cassazione (vedasi sentenze 20269/2010, 14227/2004, 7144/1998).

Nell’occuparsi proprio di prestazioni gratuite rese da un notaio, la Suprema Corte ha affermato che l’inderogabilità delle tariffe professionali non implica che la rinuncia al compenso da parte del professionista è invalida, qualunque ne sia la ragione. Infatti, la retribuzione è un diritto cui si può rinunciare (diritto disponibile).

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