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Lavoro, allarme Ocse: oltre un giovane su due in Italia è precario

La disoccupazione in Italia continuerà ad aumentare non solo nel 2013 ma anche nel corso del prossimo anno
La disoccupazione in Italia continuerà ad aumentare non solo nel 2013 ma anche nel corso del prossimo anno

La disoccupazione in Italia continuerà ad aumentare non solo nel 2013 ma anche nel corso del prossimo anno. E nell’ultimo trimestre del 2014 arriverà al 12,6%, contro il 12,2% di fine maggio 2013. Lo prevede l’Ocse, nel suo Employment outlook, che sottolinea anche la preoccupante precarietà del lavoro dei giovani, sottolineando come uno su due nella fascia tra i 15 e i 24 anni non abbia un’occupazione stabile.

I disoccupati nei Paesi Ocse sono oltre 48 milioni, di cui ben 16 milioni sono il frutto di 5 anni di crisi. Tuttavia non tutti viaggiano alla stessa velocità. Dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione è restato sotto al 5% in 5 paesi (Austria, Giappone, Corea del Sud, Norvegia e Svizzera), mentre è volato oltre il 25% in due Paesi (Grecia e Spagna). Sempre in Spagna e Grecia il tasso di disoccupazione è salito di oltre il 18% dall’inizio della crisi, mentre in Italia, Irlanda, Slovenia e Portogallo è salito tra il 5% e il 10%. In compenso in Giappone e Corea del Sud la disoccupazione è aumentata meno dello 0,5% e in Germania, Cile, Turchia e Israele il tasso di disoccupazione adesso è più basso che all’inizio della crisi.

Sono i giovani i più colpiti. Una delle principali caratteristiche di questa crisi è che il tasso di occupazione più anziana è continuato a salire, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto in modo preoccupante. In pratica, rispetto ad altre crisi, i lavoratori anziani hanno mantenuto il posto di lavoro e molti hanno posticipato il pensionamento, mentre i giovani sono stati fortemente penalizzati, specie quelli con un basso livello di istruzione, sia in termini di mancata occupazione, sia in termini di licenziamenti per quelli con contratti di lavoro precari. Nei paesi Ocse il tasso di partecipazione al lavoro degli addetti tra 25 e 54 anni è salito dall’80,2% del 2000 all’81,5% del 2012 (in Italia è cresciuto dal 74,3% al 77,9%), mentre il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni nei Paesi Ocse è aumentato dal 12,3% al 15,7%, contro un aumento dal 35,4% al 37,5% in Italia, dal 32,9% al 51,8% in Spagna e dal 37,7% al 63,2% in Grecia.

La precarietà. E i pochi occupati sono a tempo determinato: infatti oltre un giovane su due in Italia ha un lavoro precario. In particolare, si tratta del 52,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Nel 2011, erano il 49,9% e nel 2012 il 42,3%. Nel 2000 la percentuale era solo del 26,2%. Nel rapporto si evince anche che in Italia, nel 2012, la quota complessiva di chi ha un lavoro precario è del 13,8% e che la quota delle donne è del 48,4 per cento. Sempre tra i giovani compresi tra i 15 e i 24 anni, la porzione di lavoratori inoccupata è cresciuta del 6,1% contro il 4,3% dell’area Ocse tra l’ultimo trimestre del 2007 e l’ultimo trimestre del 2012. L’Ocse definisce «preoccupante» questa tendenza che «è essenzialmente attribuibile all’aumento dei giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti “Neet” Not in Employment or in Education and Training)». L’organizzazione evidenzia come «il contrasto con l’esperienza di molti altri Paesi Ocse è impressionante: infatti, negli altri Paesi, molti giovani hanno risposto alle prospettive occupazionali scoraggianti ritardando l’ingresso nel mercato del lavoro e approfondendo gli studi» mentre per i giovani Neet italiani «c’è un rischio crescente di conseguenze di lungo termine sulle loro prospettive occupazionali e di guadagno»

La riforma Fornero. L’Ocse promuove con riserva la riforma Fornero. «Dovrebbe – si legge nel rapporto – migliorare la crescita della produttività e la creazione di posti di lavoro nel futuro , grazie in particolare al nuovo art. 18 che riduce la possibilità di reintegro in caso di licenziamento, rendendo le procedure di risoluzione più rapide e prevedibili». Ciononostante, aggiunge l’Ocse, «l’Italia resta uno dei Paesi Ocse con la legislazione più rigida sui licenziamenti, in particolare riguardo alla compensazione economica in caso di licenziamento senza giusta causa e la definizione restrittiva di giusta causa adottata dai tribunali». In questo contesto, «gli elementi raccolti suggeriscono che limitare la diffusione dei reintegri sia un elemento chiave per migliorare i flussi occupazionali e la produttività».

I salari. L’Italia resta in coda tra i Paesi industrializzati per i salari. Sempre secondo l’Ocse, con un salario reale medio annuo di 33.849 dollari a parità di potere d’acquisto, in calo dell’1,9% sul 2011, l’Italia nel 2012 è 20esima sui 30 Paesi di cui sono disponibili i dati. La media Ocse è superiore di quasi 10mila dollari (43.523 dollari, -0,1% sul 2011). La Germania si posiziona a 42mila dollari (+1%) e la Francia a 39.600 (+0,4%). Il calo segnato dai salari medi in Italia lo scorso anno è ancora più ampio di quello del 2011 (-1,5%). Durante la crisi, la flessione è stata dello 0,4%, una delle maggiori dell’area Ocse, dove i salari hanno in media segnato un aumento dello 0,3% nel periodo. Il costo unitario del lavoro, inoltre, dopo il calo dell’1,6% del 2011 è diminuito dello 0,5% nel 2012 contro -0,8% e -0,9% della media Ocse. In Italia si sono d’altro canto ridotte le ore lavorate l’anno per persona, scese a una media di 1.752 lo scordo anno da 1.772 nel 2011, oltre che dalle 1.816 del 2007 e dalle 1.876 del 1983.

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