Diritto

Lavori socialmente utili: le ore extra vanno remunerate secondo il Ccnl

L'ente utilizzatore di lavoratori socialmente utili deve remunerare le ore eccedenti il normale orario, secondo la retribuzione prevista dal contratto collettivo nazionale, e non in misura liberamente determinata
L’ente utilizzatore di lavoratori socialmente utili deve remunerare le ore eccedenti il normale orario, secondo la retribuzione prevista dal contratto collettivo nazionale, e non in misura liberamente determinata

L’ente utilizzatore di lavoratori socialmente utili deve remunerare le ore eccedenti il normale orario, secondo la retribuzione prevista dal contratto collettivo nazionale, e non in misura liberamente determinata. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8643 del 14 aprile 2014.

IL FATTO

Un lavoratore esponeva al Tribunale del lavoro di Napoli di essere stato impiegato in lavori socialmente utili dalla Regione Campania dal 1° novembre 2001 con un orario di 25 ore settimanali percependo dall’INPS un assegno per 20 ore di attività e per le restanti 5 ore un importo fisso mensile di euro 113,36 inferiore a quanto stabilito dal CCNL di settore. Il ricorrente deduceva che, anche applicando l’art. 8 del D.Lgs n. 468/97, avrebbe ricevuto un maggior compenso rispetto a quello corrisposto.

La Regione Campania si costituiva contestando la fondatezza del ricorso.

Il Tribunale di Napoli rigettava la domanda.

La Corte di Appello di Napoli rigettava il gravame del lavoratore. La Corte territoriale rilevava che la fattispecie risultava regolata da ultimo dal D.Lgs. n. 81 del 28 febbraio 2000 che prevedeva all’art. 4 che l’utilizzazione in lavori socialmente utili determinava per 20 ore l’attribuzione di Lire 850.000, mentre demandava agli enti locali la determinazione del compenso per le ore aggiuntive eventuali. Si trattava di una disposizione innovativa che disciplinava la materia determinando un nuovo meccanismo di determinazione dei compensi dovuti ai lavoratori e che comportava l’abrogazione (implicita) dell’art. 8 del D.Lgs del 1997 n. 468, in quanto le nuove norme apparivano incompatibili con quelle precedenti.

Non emergeva poi alcuna arbitrarietà nella scelta delle Regioni di liquidare i compensi secondo gli stessi parametri previsti per l’orario di lavoro ordinario.

Per la cassazione di tale decisione proponeva ricorso il lavoratore rilevando innanzitutto la mancata abrogazione implicita dell’art. 8 del D.Lgs n. 468/97. Deduceva poi l’assenza di incompatibilità tra le norme approvate nel 2000 e quelle precedenti del 1997. Infine, osservava come l’art. 5 del D.Lgs n. 81/2000 in realtà non attribuiva alcun potere normativo agli enti locali nella determinazione dei compensi per le 5 ore aggiuntive.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Corte premette innanzitutto che il D.Lgs. n. 468 del 1997, art. 8, distingue, tra i lavoratori impegnati in lavori socialmente utili, coloro che erano percettori di un trattamento previdenziale, ossia di indennità di mobilità o di trattamento straordinario di cassa integrazione e coloro che invece erano privi di tale trattamento. Per i primi il comma 2 prevede che il trattamento previdenziale così percepito vada a remunerare il lavoro prestato presso il soggetto utilizzatore. Quest’ultimo null’altro deve corrispondere se il medesimo trattamento previdenziale è sufficiente a coprire le ore lavorate, mentre, se vi sono ore eccedenti, il soggetto utilizzatore deve remunerarle, e la remunerazione era fissata dalla legge, che la determinava nel livello retributivo iniziale dei dipendenti svolgenti analoghe mansioni. Per i secondi invece (comma 3 dell’art. 8) l’Inps deve erogare la somma di L. 800.000 mensili, fermo restando, anche in questo caso, l’obbligo del soggetto utilizzatore di remunerare nello stesso modo le ore eccedenti. La questione per cui è causa è la seguente: se il D.Lgs. n. 81 del 2000, che ha modificato il D.Lgs. n. 468 del 1997, abbia o no implicitamente abrogato la prescrizione, di cui all’art. 8 commi 2 e 3 di quest’ultimo testo normativo, per cui il soggetto utilizzatore, alla stregua del D.Lgs. n. 81 del 2000, sarebbe libero di determinare a suo piacimento il compenso spettante ai lavoratori impegnati in LSU per le ore eccedenti quelle già remunerate o con i citati trattamenti di sostegno al reddito, ovvero con le L. 800.000 mensili.

La sentenza impugnata ha ritenuto che il soggetto utilizzatore, alla luce della nuova legge, non ha più vincoli e quindi può compensare le ore eccedenti anche in misura inferiore rispetto a quella determinata dalla legge precedente.

Detta conclusione, tuttavia, non è condivisa dalla Suprema Corte sulla base delle seguenti argomentazioni.

In primo luogo, la nuova L. n. 81 del 2000, che pur reca all’art. 10 la abrogazione di varie disposizioni del D.Lgs. n. 468 del 1997, non comprende l’art. 8 sul metodo sopra citato per calcolare il compenso per le ore eccedenti, anzi conferma le disposizioni della legge precedente, che siano compatibili con la nuova disciplina. Va altresì considerato che il D.Lgs n. 81 del 2000 riguarda solo i soggetti che avevano già iniziato i lavori socialmente utili, dispone infatti l’art. 2 comma 1 che “Le disposizioni del presente decreto si applicano, salvo quanto previsto dall’art. 10, comma 1, ai soggetti impegnati in progetti di lavori socialmente utili e che abbiano effettivamente maturato dodici mesi di permanenza in tali attività nel periodo dal 10 gennaio 1998 al 31 dicembre 1999. La L. n. 81 del 2000, art. 4, riguarda coloro che non godevano di alcuna prestazione previdenziale e che quindi ricevevano le 800.000 a carico dell’Inps. Si trattava cioè dei soggetti previsti non dal D.Lgs. n. 468 del 1997, art. 8, comma 2, ma di quelli di cui all’art. 8, comma 3. L’istituto degli LSU continua però ad operare anche per coloro che ricevevano il trattamento previdenziale (lo si ricava non solo dall’art. 9. sulla Disciplina sanzionatoria, per cui comma 1 “I soggetti di cui all’art. 2, comma 1, ivi compresi quelli che usufruiscono dei trattamenti previdenziali (…)”, ma anche dal fatto che non fu abrogato il D.Lgs. n. 468 del 1997, art. 8, in cui erano appunto inclusi al comma 2 coloro che godevano di trattamenti previdenziali). All’art. 4 del D.Lgs. si dispone “1. L’utilizzo nelle attività di cui all’art. 3 non determina l’instaurazione di un rapporto di lavoro. Per lo svolgimento di dette attività compete ai soggetti utilizzati, per un impegno settimanale di venti ore e per non più di otto ore giornaliere, un importo mensile di L. 850.000, denominato assegno di utilizzo per prestazioni in attività socialmente utili”. Questo però non significa il venir meno dell’obbligo di pagamento da parte dell’utilizzatore di remunerare le ore eccedenti, proprio perché il D.Lgs. n. 468 del 1997, art. 8, non è stato abolito, mentre l’art. 4 della nuova legge, indicando la somma mensile di 850.000, si limita dunque solo ad aggiornare quella precedente di L. 800.000. Inoltre, l’art. 5 del D.Lgs. del 2000 rubricato “Procedure di decisione, di comunicazione di trasformazione”, reca il seguente tenore: “1. Al fine di proseguire le attività, secondo le modalità di cui all’art. 4, gli organi competenti degli enti utilizzatori, preso atto delle dichiarazioni rese dai soggetti impegnati ai sensi dell’art. 2, comma 3, deliberano: a) l’elenco nominativo dei soggetti impegnati; b) le attività espletate dall’ente utilizzatore nell’ambito di quelle indicate nell’art. 3; c) le eventuali qualifiche professionali di ciascun soggetto e l’attività da svolgere; d) la località e la sede di svolgimento delle attività; e) la durata dell’attività così come disciplinata dall’art. 4 del presente decreto; f) le modalità organizzative delle attività; g) l’eventuale quantità di ore aggiuntive e il corrispettivo ammontare del trattamento economico”. È quindi espressamente confermata la regola che, se si lavora un numero di ore maggiore rispetto a quelle remunerate con la prestazione previdenziale o con le L. 850.000, le ore eccedenti vengano compensate con onere a carico dell’utilizzatore. Sarebbe peraltro incongruo lasciare all’arbitrio dell’utilizzatore il trattamento economico per queste ore, soprattutto considerando che il D.Lgs. n. 81 del 2000, riguarda lavoratori che erano già stati impegnati in LSU.

E’ vero poi che è prevista una delibera dell’utilizzatore in ordine sul compenso da erogare per ore eccedenti, ma la necessità della delibera – contrariamente a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata – non può considerarsi come “incompatibile” con la sua predeterminazione secondo la legge precedente. Peraltro il lavoratore, secondo il meccanismo prefigurato dal nuovo testo del 2000 (cfr. art. 2, comma 3) dovrebbe dichiararsi disponibile a continuare nell’attività di LSU prima ancora di avere avuto conoscenza della misura del compenso per le ore eccedenti, mentre sembra logico che lo sappia in precedenza. Si deve allora concludere che, anche alla luce della nuova legge, poiché l’art. 8 di quella precedente non è stato abrogato, né risulta incompatibile con le innovazioni introdotte, il soggetto utilizzatore deve remunerare le ore eccedenti mediante un importo integrativo, non liberamente determinato, ma corrispondente alla retribuzione oraria relativa al livello retributivo iniziale, calcolato detraendo le ritenute previdenziali ed assistenziali previste per i dipendenti che svolgono attività analoghe (v. cass. n. 6670/2012).

Il ricorso viene dunque accolto dalla Corte di Cassazione.

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