Diritto

Lavoratrice con handicap: no al licenziamento con il rifiuto a operare in altra sede

Lavoratrice con handicap: no al licenziamento con il rifiuto a operare in altra sede
Illegittimo il licenziamento della lavoratrice con handicap – quando venga meno lo specifico settore nella società – e l’azienda non provveda a reintegrarla nella medesima sede

Illegittimo il licenziamento della lavoratrice con handicap – quando venga meno lo specifico settore nella società – e l’azienda non provveda a reintegrarla nella medesima sede. A chiarirlo la Cassazione con la sentenza n. 14829 del 15 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma ha confermato la decisione con la quale il Tribunale, in accoglimento dell’opposizione proposta da una lavoratrice avverso l’ordinanza resa dal medesimo Tribunale, ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimatole dalla società datrice di lavoro con telegramma del 29 maggio 2012, condannando la predetta società alla reintegra della lavoratrice nel posto di lavoro precedentemente occupato con le mansioni alla medesima affidate prima del trasferimento disposto con lettera del 14 ottobre 2011.

La Corte territoriale, per quanto rileva in questa sede, ha motivato tale decisione considerando che, con una precedente sentenza del 19 ottobre 2007 la stessa Corte d’Appello di Roma, aveva dichiarato il diritto della lavoratrice ad essere reintegrata nelle mansioni svolte sino all’ottobre 2003 o in altre di equivalente contenuto precisando che la lavoratrice aveva svolto, sino a tale epoca, mansioni di “commercial and Service anlysis support” proprie del II° livello di appartenenza e che, a seguito della soppressione di tale unità produttiva, la stessa lavoratrice era stata trasferita ad altra sede con altre mansioni, ma che tali mansioni non corrispondevano al proprio livello di inquadramento per cui la stessa aveva comunque diritto allo svolgimento di mansioni corrispondenti a tale livello. In data 7 marzo 2009 la società, assumendo l’assenza di posizione di II° livello nell’unità produttiva, ha disposto il trasferimento della lavoratrice in altra sede. A seguito del rifiuto della lavoratrice a tale trasferimento, questa era stata licenziata in data 12 giugno 2009.

Con successiva sentenza, il Tribunale aveva dichiarato l’illegittimità di tale licenziamento condannando la società a reintegrare la lavoratrice presso la filiale di Roma non ritenendo giustificato il licenziamento. A seguito di tale sentenza la società ha reintegrato la ricorrente, ma con ordine di servizio del 14 ottobre 2011 ne ha disposto il trasferimento in altra sede ove la lavoratrice non ha mai preso servizio. Conseguentemente dopo l’irrogazione di due sanzioni disciplinari conservatrici, è stata irrogato il licenziamento in data 28 maggio 2012 per prolungata assenza ingiustificata.

La Corte d’Appello di Roma ha motivato la pronuncia ora impugnata ritenendo illegittimo il trasferimento disposto con ordine di servizio del 14 ottobre 2011 che tiene conto solo della decisione che ha imposto l’assegnazione della lavoratrice alle mansioni precedentemente occupate in occasione della dichiarazione di illegittimità del primo licenziamento, senza valutare la possibilità di impiego della lavoratrice nella sede in cui la medesima aveva prestato disponibilità a svolgere il servizio anche rinunciando al diritto riconosciutale dalla prima sentenza di reintegra, alla comprovata difficoltà, per motivi fisici accertati a mezzo consulenza tecnica medico legale, di raggiungere la sede distante quaranta chilometri dalla propria abitazione. La Corte territoriale ha poi ritenuto l’illegittimità del licenziamento quale conseguenza dell’illegittimità del trasferimento a cui la lavoratrice non aveva dato esecuzione.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, censurando la decisione della Corte territoriale per avere, da un lato, sindacato scelte imprenditoriale relative all’organizzazione produttiva, scelte insindacabili da parte dell’autorità giudiziaria, stante la libertà di iniziativa economica prevista dalla Costituzione, dall’altro, deducendo che l’inadempienza della lavoratrice sarebbe stata rilevante anche ai sensi dell’art. 32 del contratto collettivo ai fini della legittimità del licenziamento stante la non formale impugnazione del trasferimento che ha reso comunque illegittimo il rifiuto della prestazione da parte della lavoratrice.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dalla società. In merito al primo punto, osserva la Suprema Corte come non fossero in questione le scelte organizzative aziendali che la società riteneva essere state compromesse dalla pronuncia in questione; infatti la stessa società sosteneva di avere disposto il trasferimento della lavoratrice per ottemperare ad una pronuncia giudiziale relativa alla qualifica ed alle conseguenti mansioni della lavoratrice, e non per scelte organizzative.

In merito al secondo punto, la Suprema Corte, dopo avere precisato che oggetto della controversia è il licenziamento e non il trasferimento che pure ne ha costituito il presupposto sostanziale, ha osservato come correttamente la Corte territoriale avesse tenuto conto della gravità della sanzione espulsiva nel giudicare la sua legittimità, trattando solo incidentalmente del disposto trasferimento, per cui non è conferente la censura relativa alla presunta mancanza di una formale impugnazione del trasferimento.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 14829/2015

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