Diritto

Lavoratori Circumvesuviana di Napoli vincono causa: li facevano lavorare nei festivi senza recuperare

Il giudice può constatare il danno esistenziale, dovuto a usura psico-fisica, facendo ricorso alla presunzione, ovvero può partire dal fatto-base e, facendo leva sulle regole dell'esperienza, risalire al fatto-conseguenza, senza che siano le prove addotte a indicare che tra le due circostanze c'è un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale
Il giudice può constatare il danno esistenziale, dovuto a usura psico-fisica, facendo ricorso alla presunzione, ovvero può partire dal fatto-base e, facendo leva sulle regole dell’esperienza, risalire al fatto-conseguenza, senza che siano le prove addotte a indicare che tra le due circostanze c’è un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale

Il giudice può constatare il danno esistenziale, dovuto a usura psico-fisica, facendo ricorso alla presunzione, ovvero può partire dal fatto-base e, facendo leva sulle regole dell’esperienza, risalire al fatto-conseguenza, senza che siano le prove addotte a indicare che tra le due circostanze c’è un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale. È il principio fissato dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (sentenza n. 7/2013) trovatasi a dirimere un conflitto giurisprudenziale circa la natura del danno da riconoscere a lavoratori pubblici (in questo caso, della Circumvesuviana di Napoli) che hanno lavorato durante le festività senza vedersi riconosciuto il diritto al riposo compensativo. Principio a cui fa seguito l’altro, sempre espresso dal massimo consesso di Palazzo Spada, ovvero che la richiesta del lavoratore a seguito di danno per usura-psicofisica configura un natura risarcitoria e non retributiva, per cui la domanda si prescrive in dieci e non in cinque anni.

I dipendenti della Circumvesuviana. La questione ha preso le mosse dal ricorso di alcuni dipendenti della Circumvesuviana di Napoli, i quali hanno chiesto ai giudici amministrativi di vedere riconosciuto il danno per aver, nell’arco di un periodo di anni, lavorato spesso, dietro richiesta dell’azienda, durante le festività. A fronte di tale impegno, ai dipendenti è sempre stata riconosciuta una maggiorazione della retribuzione, ma non il riposo compensativo. In primo grado il Tar ha accolto la tesi dei lavoratori e allora la società di trasporti ha deciso di proporre appello al Consiglio di Stato. Il fascicolo è arrivato sui tavoli della quinta sezione di Palazzo Spada, che ha constatato come sulla materia esistessero diversi orientamenti della giustizia amministrativa (in parte confortati da sentenze della Cassazione) e ha, pertanto, ritenuto di rinviare la questione all’Adunanza plenaria perché risolvesse il conflitto.

Il giudice può colmare le lacune del ricorso. Il primo nodo che l’Adunanza ha dovuto sciogliere è stato quello circa il potere del giudice di “supplire” a determinate lacune del ricorso. In altre parole, i legali dell’azienda facevano notare che nel ricorso dei dipendenti si parlava talvolta di danno biologico, che è fattispecie diversa dal danno esistenziale. La Plenaria ha, però, risposto che non c’era dubbio, dal tenore dei fatti esposti, che i lavoratori intendessero far valere il danno da usura-psicofisica. Per usare le parole della decisione: «il giudice di merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto a uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali le domande medesime risultino contenute, dovendo, per converso, aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, sì come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, mentre incorre nel vizio di omesso esame ove limiti la sua pronuncia in relazione alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell’effettivo suo contenuto sostanziale. In particolare, il giudice non può prescindere dal considerare che anche un’istanza non espressa può ritenersi implicitamente formulata se in rapporto di connessione con il petitum e la causa petendi».

Danno biologico e danno esistenziale . Dopodiché si è trattato di stabilire quale prove occorressero per dimostrare il danno esistenziale, cioè quella menomazione che, a differenza del danno biologico, non consiste in una evidente lesione dell’integrità psicofisica accertabile con un referto medico, ma riporta a un pregiudizio che altera le abitudini, le relazioni e le scelte di vita del danneggiato. Il risultato è stato che «il convincimento del giudice può ben fondarsi anche su una sola presunzione, purché grave e precisa, e non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; cioè il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento a una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza».

Lavoratori Circumvesuviana di Napoli vincono causa: li facevano lavorare nei festivi senza recuperareBasta la presunzione. Alla luce di tale principio, la circostanza che i lavoratori, pur avendo lavorato nei giorni di festa, non avessero goduto per lungo tempo del riposo compensativo – fatto-base non smentito dalla Circumvesuviana – ha rappresentato senz’altro un valido motivo per poter dedurre l’usura psico-fisica del dipendente (fatto-conseguenza), situazione capace di determinare «una situazione patologica di stress, vale a dire una sofferenza soggettiva con significativa compromissione nell’ambito sociale e lavorativo».

Prescrizione in dieci anni. A questo punto si trattava di rispondere all’ultimo quesito sui tempi di prescrizione della richiesta di ristoro del danno: cinque o dieci anni? Questa la risposta dell’Adunanza plenaria: «l’attribuzione patrimoniale rivendicata da un dipendente pubblico, derivante dalla perdita del riposo settimanale, ha natura risarcitoria e non retributiva, non consistendo in una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione da corrispondersi periodicamente e destinata a compensare l’eccedenza della prestazione lavorativa, bensì essendo diretta a indennizzare ai sensi dell’articolo 2059 del codice civile (risarcimento danni non patrimoniali, ndr) il lavoratore per il predetto danno correlato all’inadempimento contrattuale del datore di lavoro; pertanto, essa si prescrive nell’ordinario termine decennale di cui all’articolo 2946 del codice civile e non nel termine breve (quinquennale) di cui ai successivi articoli 2947, previsto per il risarcimento del danno aquiliano, e 2948, n. 4, previsto per i crediti».

Consiglio di Stato – Sentenza N. 7/2013

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