Diritto

Lavoratore senza ferie e riposi: come risarcire il danno da usura psicofisica

Lavoratore senza ferie e riposi: come risarcire il danno da usura psicofisica
Il lavoro è più penoso per chi non si ferma mai, specie se si tratta dei week-end o delle pause giornaliere: con il risultato che l’usura e lo stress psicofisico derivante dal mancato riconoscimento delle ferie e dei riposi determina un danno non patrimoniale che l’azienda deve risarcire

In tema di accertamento patrimoniale del danno da stress lavorativo, l’usura psicofisica, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, deve essere distinto dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, con conseguente autonoma risarcibilità del primo, non dovendosi confondere però siffatto risarcimento con la maggiorazione contrattualmente prevista per la coincidenza di giornate di festività con la giornata di riposo settimanale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14710 del 14 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Lecce, confermando la decisione del giudice di primo grado, ha condannato una società di trasporti pubblici al pagamento delle somme indicate per ciascun lavoratore, oltre accessori e spese legali, a titolo di risarcimento del danno da mancati riposi stabiliti dal regolamento CEE n. 3820 del 1985, richiamato oggi dall’art. 174 del nuovo codice della strada (riposo minimo di 11 ore giornaliere e riposo settimanale di 45 ore consecutive), e non fruiti benché gli stessi fossero stati addetti per cinque giorni alla settimana alla guida di mezzi destinati al trasporto di passeggeri su percorsi più lunghi di 50 chilometri.

In particolare, la Corte territoriale ha confermato la decisione del Tribunale che – ritenendo peraltro che le soste inoperose fuori residenza intervallavano corse del turno e non potevano essere considerate riposo – aveva quantificato i mancati riposi sulla base di CTU espletata sulla base di documenti prodotti dalle parti (alcuni dei quali direttamente al consulente), traendo argomenti di prova dalla mancata ottemperanza all’ordine di esibizione di documenti disposta nei confronti del datore di lavoro; la Corte ha quindi ritenuto presunto il danno subito dai lavoratori, qualificato come danno da usura psicofisica e non come danno biologico, liquidando il danno in via equitativa, utilizzando come parametro di riferimento la retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva di settore per la maggiorazione del lavoro straordinario, notturno e festivo.

Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, censurando la decisione della Corte territoriale per avere erroneamente presunto l’esistenza del danno in assenza di pluralità di fatti gravi, precisi e concordanti.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. In linea generale – premette la Suprema Corte – il danno da stress, o usura psicofisica, si inscrive nella categoria unitaria del danno non patrimoniale causato da inadempimento contrattuale e, in linea generale, la sua risarcibilità presuppone la sussistenza di un pregiudizio concreto sofferto dal titolare dell’interesse leso, sul quale grava l’onere della relativa allegazione e prova, anche attraverso presunzioni semplici.

Con specifico riferimento al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, peraltro, la Suprema Corte ha ritenuto (sent. n. 16398 del 20 agosto 2004) di distinguere il danno da “usura psicofisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali e che nella prima ipotesi, a differenza che nella seconda ipotesi, il danno sull’”an” deve ritenersi presunto (così anche Cass., sent. n. 2455 del 4 marzo 2000).

Tale soluzione – continuano i giudici – si spiega in considerazione della circostanza che nella fattispecie l’interesse del lavoratore leso dall’inadempimento datoriale ha una diretta copertura costituzionale nell’art. 36 Cost., sicché la lesione dell’interesse espone direttamente il datore al risarcimento del danno non patrimoniale (a differenza di quanto avviene in altre diverse fattispecie – per le quali siffatta copertura non sussiste -, come in relazione al danno derivante dal mancato riconoscimento delle soste obbligatorie nella guida per una durata di almeno 15 minuti tra una corsa e quella successiva e, complessivamente, di almeno un’ora per turno giornaliero – previste dal Regolamento n. 3820/85/CEE, nonché dall’art. 14 del Regolamento O.I.L. n. 67 del 1939 e dall’art. 6, primo comma, lett. a) della legge 14 febbraio del 1958, n. 138 -, esaminato dalla sentenza n. 2886/2014 su richiamata).

Orbene, nel caso di specie la sentenza impugnata ha ritenuto dimostrata documentalmente la violazione della disciplina dei riposi giornalieri e settimanali ed ha riconosciuto il danno da usura, quale danno non patrimoniale distinto da quello biologico ed inerente la violazione del diritto al riposo costituzionalmente protetto, quale danno prodottosi per la protrazione della maggior penosità del lavoro imposta dai turni assegnati in un lungo arco temporale (di anni) senza ricorso adeguato a riposi compensativi. La Corte territoriale, con motivazione corretta ed adeguata, ha accertato che l’adibizione del lavoratore a turni di lavoro senza riconoscimento dei riposi di legge, per come documentalmente emergente dall’istruttoria, ha determinato – in violazione dei limiti di legge – l’aumento della penosità del lavoro, rilevante tanto più in quanto protrattasi per lungo tempo (diversi anni), con efficienza lesiva costante (in quanto ancorata a turni omogenei, replicatisi nel tempo), con incidenza su diritti costituzionalmente protetti inerenti i diritti fondamentali della persona (rispetto ai quali dunque la valutazione della gravità dell’offesa e della serietà del pregiudizio, e quindi della sua risarcibilità, è già operata dall’ordinamento).

La sentenza è dunque in linea con il principio affermato dalla Suprema Corte secondo il quale l’attribuzione patrimoniale spettante al lavoratore a causa della perdita della cadenza settimanale del riposo, ex at. 36, terzo comma Cost., – avente natura risarcitoria di un danno (usura psicofisica) correlato ad un inadempimento del datore di lavoro – deve essere stabilita dal giudice secondo una motivata valutazione che tenga conto della gravosità delle varie prestazioni lavorative e di eventuali strumenti ed istituti affini della disciplina collettiva, nonché di clausole collettive che disciplinino il risarcimento riconosciuto al lavoratore nell’ipotesi “de qua”, non confondendosi siffatto risarcimento con la maggiorazione contrattualmente prevista per la coincidenza di giornate di festività con la giornata di riposo settimanale (principio affermato da Cass., sent. n. 8709 dell’11 aprile 2007, in fattispecie concernente dipendenti di società di autolinee con mansioni di guida espletate in turni comportanti attività lavorativa per sette o più giorni consecutivi, con conseguente slittamento del riposo settimanale, di media, una volta al mese).

In definitiva, correttamente la Corte d’Appello ha accertato fatti univoci, reiterati e gravi, posti in essere in violazione di precisi limiti legali, idonei come tali ad esporre il datore di lavoro al risarcimento del danno anche non patrimoniale.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

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