Diritto

Lavoratore non residente: legittimo rifiutare un’agevolazione fiscale

Lavoratore non residente: legittimo rifiutare un'agevolazione fiscale
Ai fini dell’imposta sul reddito, uno Stato UE può rifiutare la concessione, a un lavoratore non residente, di un’agevolazione fiscale basata sulla sua situazione personale e familiare

Ai fini dell’imposta sul reddito, uno Stato UE può legittimamente rifiutare di concedere, a un lavoratore non residente che ha svolto attività lavorative durante una parte dell’anno considerato, un’agevolazione fiscale che tenga conto della sua situazione personale e familiare: benché tale lavoratore abbia acquisito, in tale Stato membro, la totalità o la quasi totalità dei suoi redditi relativi a tale periodo, questi ultimi non costituiscono l’essenziale delle sue risorse imponibili nel corso di quell’intero anno. In tale ipotesi, non c’è violazione del principio della libera circolazione delle persone. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia nella causa C‑9/14 del 18 giugno 2015.

IL FATTO
Il sig. Kieback è cittadino tedesco. Durante il periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2005, data in cui si è trasferito negli Stati Uniti per svolgere un’attività lavorativa, ha lavorato nei Paesi Bassi, pur risiedendo in Germania, dove possedeva un’abitazione di proprietà.
Se avesse conservato il proprio impiego nei Paesi Bassi durante tutto il 2005, avrebbe potuto, pur non risiedendo in tale Stato membro, imputare sui redditi della propria attività subordinata imponibili a titolo di tale anno i «redditi negativi» relativi alla propria abitazione e derivanti dagli oneri del prestito contratto per l’acquisto di quest’ultima, a condizione di aver percepito, in questo stesso Stato membro, la parte essenziale dei propri redditi durante tale anno.
L’amministrazione fiscale olandese, avendo constatato che il sig. Kieback aveva percepito la parte essenziale dei propri redditi del 2005 negli Stati Uniti, ha assoggettato a imposta l’interessato sui redditi percepiti nei Paesi Bassi a titolo di tale anno, senza prendere in considerazione i «redditi negativi» relativi alla sua abitazione.
Successivamente al rigetto del suo reclamo presentato a tale amministrazione, il sig. Kieback ha investito della controversia il Rechtbank te Breda (Tribunale di Breda), che ha accolto la sua domanda. Adito in appello, il Gerechtshof te ’s‑Hertogenbosch (Corte d’appello di ’s‑Hertogenbosch) ha confermato la decisione di primo grado il 23 marzo 2012.

Lo Staatssecretaris van Financiën ha proposto ricorso per cassazione dinanzi al giudice del rinvio sostenendo che, conformemente alla giurisprudenza della Corte, il riconoscimento a un non residente di agevolazioni fiscali connesse alla situazione personale e familiare su un piano di parità con i residenti è obbligatorio solamente se almeno il 90% dei redditi complessivi della persona interessata sono soggetti a imposta nello Stato di occupazione e che tale criterio deve essere valutato su base annua in tale Stato.

Il giudice del rinvio si chiede se, in un caso come quello in commento, la situazione da prendere in considerazione, al fine di determinare se il soggetto passivo percepisca la totalità o la quasi totalità dei redditi nello Stato di occupazione, dovrebbe essere non l’esercizio fiscale nella sua globalità, ma unicamente la situazione corrispondente al periodo durante il quale il soggetto passivo ha risieduto in uno Stato membro, in questo caso la Repubblica federale di Germania, e ha lavorato in un altro Stato membro, vale a dire il Regno dei Paesi Bassi. Se per il giudice del rinvio tale approccio sembra il più logico, egli manifesta dubbi in considerazione della raccomandazione 94/79/CE della Commissione, del 21 dicembre 1993, relativa alla tassazione di taluni redditi percepiti in uno Stato membro da soggetti residenti in un altro Stato membro (GU 1994, L 39, pag. 22), che, ai sensi del suo articolo 2, paragrafo 2, si riferisce al reddito totale imponibile nel corso dell’anno civile.

In tali circostanze, lo Hoge Raad der Nederlanden (Corte suprema dei Paesi Bassi) ha pertanto deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

  1. se l’articolo 39 CE debba essere interpretato nel senso che uno Stato membro nel quale un soggetto passivo svolge un’attività subordinata debba tener conto, ai fini dell’imposta sul reddito, della situazione personale e familiare dell’interessato nel caso in cui tale soggetto passivo abbia lavorato in detto Stato membro solo durante una parte dell’esercizio fiscale pur risiedendo in un altro Stato membro, abbia acquisito la totalità o la quasi totalità del suo reddito in tale Stato di occupazione, abbia trasferito, nell’anno di riferimento, la sua occupazione e la sua residenza in un altro Stato, e ritenga di non aver acquisito la totalità o la quasi totalità del suo reddito nel primo Stato di occupazione;
  2. se la risposta alla prima questione è diversa a seconda che lo Stato nel quale il lavoratore ha trasferito la propria residenza e attività lavorativa nel corso dell’esercizio fiscale sia uno Stato membro dell’Unione europea oppure no.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA
La Corte di Giustizia ha, innanzitutto, osservato, in via preliminare, che il giudice olandese ha posto tali questioni in un contesto in cui è pacifico che, a differenza della situazione di un non residente, un soggetto passivo residente nei Paesi Bassi abbia la possibilità di far prendere in considerazione i redditi negativi relativi a un’abitazione di proprietà sita nei Paesi Bassi, anche se, avendo trasferito durante l’anno la sua residenza in un altro paese, egli non ha acquisito, nei Paesi Bassi, la totalità o la quasi totalità dei redditi di tale anno.

In altre parole, nel caso di specie, è pacifico che il trattamento riservato dalla legge nazionale ai soggetti passivi non residenti è meno vantaggioso di quello di cui beneficiano i soggetti passivi residenti. Ma tale situazione non è discriminatoria: infatti, nella sentenza Schumacker (C-279/93), la Corte UE ha dichiarato che il fatto che uno Stato membro non faccia fruire un non residente di talune agevolazioni fiscali che concede al residente non è di regola discriminatorio, tenuto conto delle differenze obiettive tra la situazione dei residenti e quella dei non residenti per quanto attiene sia alla fonte dei redditi sia alla capacità contributiva personale sia, inoltre, alla situazione personale e familiare.

Ci potrebbe essere discriminazione ai sensi del Trattato CE tra residenti e non residenti – afferma la Corte UE – solo se, nonostante la loro residenza in Stati membri differenti, fosse accertato che, tenuto conto dell’oggetto e del contenuto delle disposizioni nazionali pertinenti, le due categorie di soggetti passivi si trovano in una situazione analoga (v. sentenza Gschwind, C‑391/97): ciò accade, in particolare, nel caso in cui un contribuente non residente non percepisca redditi significativi nello Stato membro di residenza e tragga la parte essenziale delle sue risorse imponibili da un’attività svolta nello Stato membro di occupazione (per tale motivo lo Stato membro di residenza non è in grado di concedergli le agevolazioni derivanti dalla presa in considerazione della sua situazione personale e familiare). In tale circostanza, la discriminazione consiste nel fatto che la situazione personale e familiare di un non residente che percepisce, in uno Stato membro diverso da quello in cui risiede, la parte essenziale dei suoi redditi e la quasi totalità dei suoi redditi familiari, non è presa in considerazione né nello Stato membro di residenza né in quello di occupazione.

La Corte conclude, quindi, dichiarando che un soggetto passivo non residente che non abbia percepito nello Stato di occupazione la totalità o la quasi totalità dei redditi familiari di cui ha beneficiato nel corso dell’anno complessivamente considerato non si trova in una situazione paragonabile a quella dei residenti di tale Stato perché si tenga conto della sua capacità contributiva ai fini dell’imposizione, in detto Stato, dei suoi redditi.

Pertanto, lo Stato membro in cui il soggetto passivo ha percepito solo una parte delle sue risorse imponibili nel corso dell’intero anno considerato non è tenuto a concedergli le agevolazioni che concede ai propri residenti. Secondo quanto chiarito dalla Corte di Giustizia, tale interpretazione non viene inficiata dalla circostanza che il lavoratore abbia trasferito la sua attività lavorativa in uno Stato extra-UE e non in un altro Stato UE.

Corte di Giustizia – Causa C-9/14

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *