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Laureati: in 5 anni il 20% in meno di stipendio. E aumenta la disoccupazione

Laureati: in 5 anni il 20% in meno di stipendio. E aumenta la disoccupazione
Aumenta la disoccupazione rispetto all’anno passato: fra i laureati triennali, che non risultano iscritti a un altro corso di laurea, è cresciuta di quasi 4 punti percentuali, dal 23% al 26,5%. Ed è lievitata anche fra i laureati magistrali, anche se in misura più contenuta: dal 21% al 23%. Il tasso di disoccupazione cresce anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza: dal 21% al 25%

Mille euro netti al mese di guadagno, mentre in generale aumenta la disoccupazione. Sono alcuni dei dati emersi dal XVI Rapporto Almalaurea, che ha coinvolto quasi 450 mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei aderenti al Consorzio, presentato a Bologna al Convegno ‘Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati‘.

Partendo da un dato in generale, secondo Almalaurea per l’Europa, e ancor di più per l’Italia, il 2013 è stato un anno difficile sul piano economico e su quello occupazionale. Col perdurare della crisi, nei Paesi dell’Unione Europea la disoccupazione è salita al 10,9%. In Italia si è sfiorata quota 13%. E i giovani continuano a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione tra gli under 29 è di oltre il 28%. Essere laureati ha i suoi vantaggi: godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati, nell’arco della vita lavorativa e nelle fasi congiunturali negative come quella che stiamo vivendo. Ma nel particolare il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione è cresciuto di 2,9 punti per i laureati, di 5,8 punti per i diplomati, di 6,5 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni) e di ben 14,8 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni). Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti (a favore dei primi) a 11,9 punti percentuali.

Solo il 30% dei diciannovenni si iscrive all’università. La documentazione OCSE indica che nel 2012 l’Italia si trovava agli ultimi posti per la quota di laureati sia per la fascia d’età 55-64 anni sia per quella 25-34 anni: le aspettative di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione Europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni), sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo Italiano, che lo ha rivisto più realisticamente raggiungendo al massimo il 26-27%. Inoltre, la percentuale di giovani diciannovenni che nel nostro Paese si iscrive a un programma di studi di livello universitario è solo il 30%.

Le risorse destinate all’istruzione sono scarse. La questione delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione non è secondaria: il sistema universitario e della ricerca è decisamente sotto finanziato rispetto agli standard internazionali. Fatto 100 il costo di un laureato italiano nel 2009 (43.218 dollari), prima quindi che si verificassero i tagli degli ultimi governi, a parità di potere d’acquisto, un laureato spagnolo costava 182, uno tedesco 207 e uno svedese 239.

Laureati e occupazione. Aumenta la disoccupazione rispetto all’anno passato: fra i laureati triennali, che non risultano iscritti ad un altro corso di laurea, è cresciuta di quasi 4 punti percentuali, dal 23% al 26,5%. Ed è lievita anche fra i laureati magistrali, anche se in misura più contenuta: dal 21% al 23%. Il tasso cresce anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza: dal 21% al 25%. Ulteriore, quindi, l’incremento della quota di disoccupati: di quasi 4 punti percentuali tra i triennali e i magistrali a ciclo unico (per entrambi +15 punti rispetto alla rilevazione 2008); +2 punti tra i magistrali (+12 punti negli ultimi quattro anni). Fra i laureati del 2012 il tasso di occupazione, riferito alla sola popolazione che non risulta iscritta ad un altro corso di laurea, ad un anno è pari al 66%: 4 punti percentuali in meno rispetto ai colleghi magistrali (70%), ma 9 punti in più di quelli a ciclo unico (57%).

Laureati e stabilità del lavoro a dodici mesi dal titolo. La stabilità risulta pressoché invariata per ogni tipo di corso di laurea rispetto alla precedente rilevazione. Ciò è il risultato di un leggero decremento dei contratti a tempo indeterminato a cui ha fatto seguito un altrettanto lieve aumento del lavoro autonomo. La stabilità riguarda quindi il 41% tra i triennali e il 35% tra i magistrali e tra i colleghi a ciclo unico. Rispetto all’indagine 2008 la stabilità lavorativa ha subito una contrazione, pari a 10 punti tra i triennali, 5 punti tra i magistrali, ma solo di 3 punti tra i colleghi a ciclo unico. Contrazione legata in particolare al vero e proprio crollo, in taluni casi, dei contratti a tempo indeterminato (-15 punti percentuali tra i laureati triennali, -8 punti tra gli magistrali e -5 tra quelli a ciclo unico). Il lavoro nero nel 2013 riguarda l’8% dei laureati di primo livello; il 9% per i magistrali, e il 13% per quelli a ciclo unico.

Laureati e retribuzioni. Le retribuzioni ad un anno scendono ulteriormente rispetto alla rilevazione precedente. Complessivamente, si attesta attorno ai 1.000 euro netti mensili: 1.003 per il primo livello, 1.038 per i magistrali, 970 per i magistrali a ciclo unico. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni reali risultano in calo, con una contrazione pari al 5% tra i triennali, al 3% fra i magistrali biennali e al 6% fra i colleghi a ciclo unico. Se si estende il confronto temporale all’ultimo quinquennio (2008-2013), si evidenzia che le retribuzioni reali sono diminuite, per tutte e tre le lauree considerate, del 20% circa.

Tendenze del mercato del lavoro, esiti occupazionali a cinque anni dal titolo. Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale tende complessivamente a migliorare, confermando che il nostro è un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento lavorativo e di valorizzazione del capitale umano, ma di sostanziale efficacia nel lungo termine. A cinque anni, la disoccupazione, indipendentemente dal tipo di laurea, si attesta su valori decisamente più contenuti, inferiori al 10% (8% per i laureati di primo livello, 8,5 per i magistrali e 5 per quelli a ciclo unico). Rispetto alla precedente rilevazione l’area della disoccupazione figura anche in questo caso in aumento (+2 punti per i triennali, +3 punti per i magistrali), tranne per i laureati a ciclo unico (valore in sostanziale stabilità rispetto alla precedente rilevazione: -0,5 punti). A cinque anni, l’occupazione indipendentemente dal tipo di laurea, è prossima a ben il 90%: nel dettaglio per i laureati triennali è l’89%; per i laureati magistrali è dell’87%; per i magistrali a ciclo unico è il 90%. Nel lungo periodo cresce anche la stabilità del lavoro (contratti a tempo indeterminato ed attività autonome vere e proprie): a cinque anni riguarda quasi 80 occupati su 100 tra triennali e magistrali a ciclo unico, oltre 70 tra i magistrali biennali.

Laureati e lavoro tra Nord e Sud. A cinque anni dalla laurea il differenziale occupazionale Nord-Sud è di oltre 12 punti percentuali: lavora l’87% dei laureati residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge i tre quarti dei laureati. Con il passare del tempo dal conseguimento del titolo, il divario Nord-Sud tende a ridimensionarsi: i medesimi laureati, ad un anno dalla laurea, presentavano infatti un differenziale di oltre 15 punti percentuali (il tasso di occupazione era pari al 63% al Nord e al 47% al Sud). Ad un anno dalla laurea si confermano più elevati i guadagni mensili netti dei laureati che lavorano al Nord (1.070 euro) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni del Mezzogiorno (860 euro; +24%). Anche per quanto riguarda le retribuzioni a cinque anni dalla laurea le evidenze fin qui delineate sono sostanzialmente confermate, pur se tendenzialmente in calo: il differenziale Nord-Sud è nell’ordine del 20% (1.385 contro 1.150 euro).

Lo stage curricolare. Più di 56 su cento fra i laureati più “freschi” ha nel proprio bagaglio formativo un periodo di stage (in gran parte svolto in azienda), riconosciuto dal corso di studi. Gli stage curriculari sono un importante strumento per avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Su questo esiste una elaborazione ad hoc di AlmaLaurea, che rivela come, ad un anno dalla conclusione degli studi, la probabilità di occupazione dei laureati (di primo livello e magistrali) che hanno effettuato tirocini curriculari è superiore del 14% rispetto a quella di chi non ha potuto approfittare di questa esperienza formativa.

L’ascensore sociale. Fra i laureati di primo livello del 2012 la quota di laureati con genitori che invece non sono laureati raggiunge il 75%. Ma resta una forte selezione sociale nel passaggio dalle lauree di primo a quelle di secondo livello, quelle che consentono l’accesso alle libere professioni e anche migliori opportunità occupazionali. Fra i laureati magistrali la percentuale di chi proviene da famiglie con genitori non laureati scende al 70%. Un’ulteriore conferma viene esaminando l’origine sociale di provenienza dei laureati magistrali a ciclo unico (medicina e chirurgia, giurisprudenza): le famiglie con i genitori non laureati calano al 53%.

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