Diritto

L’assoluzione penale non mina la validità del licenziamento

L'assoluzione penale non mina la validità del licenziamento
Il giudice civile non può annullare il licenziamento del lavoratore accusato di essersi appropriato dei beni aziendali basandosi solo sul verdetto penale con il quale l’imputato era stato scagionato

La contestazione dell’addebito disciplinare a carico del lavoratore subordinato non è assimilabile alla formulazione dell’accusa nel processo penale, assolvendo esclusivamente alla funzione di consentire al lavoratore incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Pertanto, la suddetta contestazione va valutata in modo autonomo rispetto ad eventuali imputazioni in sede penale a carico del lavoratore. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13 del 5 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato ad un dipendente e, per l’effetto, ha condannato la suddetta società a reintegrarlo nel posto di lavoro e a corrispondergli l’importo delle retribuzioni globali di fatto dalla data del licenziamento (7 marzo 2006) fino all’effettiva reintegra, oltre agli accessori di legge e contributi assistenziali e previdenziali.

In particolare, la Corte territoriale, per quel che qui interessa, ha precisato che:

  • la condotta contestata al lavoratore — dipendente della società con mansioni di Supervisore di produzione presso il reparto assemblaggio moduli (reparto) – consisteva nell’essersi illecitamente impossessato, approfittando della sua posizione di lavoro, di beni di proprietà aziendale (componenti di memorie, moduli di memorie, pannelli per l’assemblaggio dei medesimi) e di averne tratto profitto mediante occultamento e intromissione per la loro cessione a terzi;
  • poiché il lavoratore – che risultava indagato in sede penale per gli stessi fatti – aveva negato ogni addebito, era onere della società provare non solo i fatti materiali, ma anche lo “specifico elemento intenzionale connaturato ai fatti” contestati;

Ad avviso della Corte territoriale, erano condivisibili i rilievi del lavoratore in merito alla inidoneità degli elementi acquisiti al processo a fondare un giudizio di responsabilità nei termini di cui alla contestazione disciplinare; infatti, nel corso della perquisizione domiciliare presso l’abitazione del medesimo erano state rinvenute 3 schede dì memoria (di certa provenienza aziendale, anche se non ne erano state accertate le modalità di apprensione da parte del lavoratore), 3 SD Card per macchina fotografica digitale (non prodotte nello stabilimento ove operava il dipendente e, comunque, di uso comune), 6 memorie SIMM per PC, ormai obsolete, prodotte dalla società.

Di conseguenza, trattandosi di materiale di modesto valore, in parte obsoleto e anche di piccola quantità, il suo rinvenimento nell’abitazione del lavoratore appariva scarsamente compatibile con il quadro di condotte delittuose delineato nella contestazione.

Del resto, precisava la Corte territoriale, non andava sottaciuto che, dalle dichiarazioni rese dal lavoratore alla Polizia giudiziaria risultava che erano altri i soggetti che si appropriavano del materiale di scarto che poi veniva assemblato abusivamente durante i turni di produzione, all’insaputa del medesimo addetto alla supervisione proprio del reparto ove si verificavano i suddetti fatti, insieme con un altro lavoratore del pari indagato. Infatti, dato il difetto di significativi elementi di responsabilità a suo carico, il dipendente era stato assolto dal reato di concorso continuato in furto aggravato.

Nel ricorso per cassazione, la società sostiene che la Corte d’Appello, forse fuorviata dalla intervenuta assoluzione del dipendente in sede penale dal reato di cui all’art. 624 cod. pen., non avrebbe considerato l’art. 654 cod. proc. pen. che obbliga il giudice civile ad effettuare una autonoma ricostruzione dei fatti materiali posti a base del licenziamento, anche laddove sia intervenuto un giudicato penale di assoluzione del lavoratore.
Se, invece, tale norma fosse stata correttamente applicata il giudice di appello non avrebbe potuto non valutare, al di là della scarsa importanza del materiale elettronico rinvenuto nell’abitazione del lavoratore, il rilievo da attribuire ai fini del licenziamento al ruolo rivestito dal lavoratore nell’ambito dell’organizzazione aziendale, quale impiegato di quinto livello super con mansioni di supervisore e capoturno di produzione del reparto assemblaggio moduli.
Questa diversa prospettiva avrebbe dovuto spingere la Corte territoriale ad attribuire un ruolo primario alla condotta di “intromissione (…) per la cessione a terzi” di beni di proprietà aziendale. Né avrebbe potuto essere ignorato che dalla prova testimoniale era emerso inequivocabilmente;

1) il mancato controllo, da parte del dipendente, del comportamento professionale dei lavoratori assegnati al reparto di cui era supervisore e capoturno;
2) la mancata verifica del corretto utilizzo degli impianti e dei beni della società da parte dei menzionati lavoratori i quali ne facevano uso addirittura per la realizzazione di un illecito mercato parallelo degli stessi prodotti aziendali.

Si tratta, continua la tesi difensiva, di condotte evidentemente lesive dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, che legittimano il recesso per giusta causa e lo rendono proporzionato rispetto alle inadempienze del lavoratore, in particolare, dando il giusto rilievo alla posizione rivestita dal lavoratore, elemento da considerare rilevante sia con riguardo al particolare vincolo fiduciario con la società sia per la valenza da attribuire alla sua condotta nell’ambiente di lavoro e, in particolare, nei riguardi dei lavoratori sottordinati.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dalla società. In particolare, ad avviso della Suprema Corte, appare esatto il rilievo secondo cui l’ottica con la quale la Corte d’Appello ha valutato la presente vicenda è “penalistica”, nel senso che l’addebito disciplinare risulta essere stato valutato come un capo di imputazione di un reato, in considerazione della intervenuta assoluzione del dipendente in sede penale dal reato di cui all’art. 624 cod. pen.
Ciò si desume, in particolare, dall’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale la mancata riproposizione in appello della censura di genericità della contestazione preclude ogni valutazione al riguardo, anche se la mancata specificazione dei beni aziendali sottratti nonché di ogni ulteriore circostanza di tempo e di luogo idonea a connotare meglio l’addebito si riflette sulla verifica in concreto della condotta, nel senso che porta a sottolineare che il possesso di componenti elettroniche, specie se di uso comune, non implica, di per sé, che le stesse siano da considerare il frutto di una condotta di illecito impossessamento, quale contestata.

Tale affermazione, ad avviso degli Ermellini, oltre a confermare il suddetto errore di prospettazione, si pone in contrasto con i principi, affermati dalla costante giurisprudenza della Suprema Corte, secondo cui:

a) la contestazione dell’addebito disciplinare a carico del lavoratore subordinato non è assimilabile alla formulazione dell’accusa nel processo penale, assolvendo esclusivamente alla funzione di consentire al lavoratore incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa;
b) ciò comporta sia che il canone della specificità, nella contestazione dell’addebito, non richiede l’osservanza degli schemi prestabiliti e rigidi propri del capo di imputazione di un reato, sia la piena ammissibilità della contestazione “per relationem“, quando fatti e comportamenti richiamati, con riferimento alle accuse formulate in sede penale, siano a conoscenza dell’interessato, risultando rispettati, in tale ipotesi, i principi di correttezza e garanzia del contraddittorio;
c) in sintesi, ne deriva che le contestazioni di tipo disciplinare vanno valutate in modo autonomo e con criteri diversi rispetto a quelli applicabili per eventuali imputazioni in sede penale a carico del lavoratore.

A ciò è da aggiungere che la Corte territoriale, muovendo dall’indicato erroneo presupposto, ha anche ritenuto che avendo il lavoratore — che risultava indagato in sede penale per gli stessi fatti contestati in sede disciplinare – negato ogni addebito, era onere della società provare non solo i fatti materiali, ma anche lo “specifico elemento intenzionale connaturato ai fatti contestati”.

In tal modo la Corte territoriale si è anche discostata dai consolidati principi affermati dalla Suprema Corte sulla rilevanza del giudicato penale di assoluzione nel giudizio civile, secondo cui:

a) dall’art. 654 cod. proc. pen. si desume che se è doveroso ritenere accertati anche nel giudizio civile gli stessi fatti materiali ritenuti rilevanti in un precedente giudizio penale conclusosi con una sentenza di condanna divenuta definitiva, non è, invece, sempre possibile trarre da un giudicato di assoluzione dalla responsabilità penale la conseguenza automatica – vincolante per il giudizio civile — dell’insussistenza di tutti i fatti posti a fondamento dell’imputazione, potendo verificarsi che alcuni di tali fatti pur essendosi rivelati, nella loro indiscussa materialità, non decisivi per la configurazione del reato contestato possano conservare una loro rilevanza ai fini civilistici;
b) in tema di effetti in sede civile, ex art 654 cod. proc. pen., della sentenza penale irrevocabile di assoluzione dibattimentale, con qualsiasi formula adottata, il “discrimen” tra efficacia vincolante dell’accertamento dei fatti materiali in sede penale e libera valutazione degli stessi in sede civile è costituito dall’apprezzamento della rilevanza in detta sede degli stessi fatti, essendo ipotizzabile che essi, pur rivelatisi non decisivi per la configurazione del reato contestato, conservino rilievo ai fini del rapporto dedotto innanzi al giudice civile, con la conseguenza che dall’assoluzione dalla penale responsabilità non discende in tal caso l’automatica conseguenza della preclusione alla cognizione della domanda da parte di detto giudice.

Inoltre, la Corte d’Appello non ha attribuito alcun rilievo — al fine di ritenere sussistente quantomeno il giustificato motivo soggettivo di licenziamento, anche nell’ipotesi di eventuale esclusione della gusta causa — alla posizione ricoperta dal dipendente in ambito aziendale e, quindi, non ha valutato né l’aspetto sintomatico della condotta posta in essere che, anche se non qualificabile come impossessamento di beni aziendali ai fini penalistici, ha sicuramente rivelato uno svolgimento quanto meno inefficiente della mansione di supervisione, né ha considerato il disvalore ambientale della condotta stessa.
In tal modo la Corte territoriale si è anche discostata dalla costante giurisprudenza della Suprema Corte relativa ai criteri di valutazione della condotta addebitata al lavoratore ai fini disciplinari da parte del giudice di merito, secondo cui:

a) il principio di proporzione tra la gravità dell’illecito disciplinare e la relativa sanzione, che trova applicazione non soltanto al recesso intimato ai sensi dell’art. 2119 cod. civ., comporta che il giudice debba valutare non solo il comportamento previsto dalla norma, di contratto o di altra fonte, come punibile con il licenziamento, ma anche l’inserimento eventuale di esso nella vicenda caratterizzata da altri e sia pur meno gravi illeciti disciplinari;
b) in tema di licenziamento, la valutazione della condotta del lavoratore in contrasto con obblighi che gli incombono, deve tenere conto anche del “disvalore ambientale” che la stessa assume quando, in virtù della posizione professionale rivestita, essa può assurgere per gli altri dipendenti a modello diseducativo e disincentivante dal rispetto di detti obblighi.

Infine, la suddetta ottica ha impedito alla Corte territoriale pure di attenersi alla costante giurisprudenza della Suprema Corte relativa alla irrilevanza – ai fini disciplinari – del danno o del profitto economico, secondo cui:

a) in caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso, viene in considerazione non già l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale, ma la ripercussione sul rapporto di lavoro di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del dipendente rispetto agli obblighi assunti;
b) in tema di licenziamento per giusta causa, la modesta entità del fatto addebitato non va riferita alla tenuità del danno patrimoniale subito dal datore di lavoro, dovendosi valutare la condotta del prestatore dì lavoro sotto il profilo del valore sintomatico che può assumere rispetto a suoi futuri comportamenti, nonché all’idoneità a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento e ad incidere sull’elemento essenziale della fiducia, sotteso al rapporto di lavoro;
c) in merito alla rilevanza, ai fini del suo licenziamento, del comportamento del lavoratore che si impossessi abusivamente di beni dell’azienda, la modesta entità del fatto può ritenersi non tanto con riferimento alla tenuità del danno patrimoniale, quanto in relazione all’eventuale tenuità del fatto oggettivo, sotto il profilo del valore sintomatico che lo stesso può assumere rispetto ai futuri comportamenti del lavoratore e quindi alla fiducia che nello stesso può nutrire l’azienda, ricavabile anche dalla posizione lavorativa ricoperta.

In definitiva, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dalla società enucleando il seguente principio di diritto: “la contestazione dell’addebito disciplinare a carico del lavoratore subordinato non è assimilabile alla formulazione dell’accusa nel processo penale, assolvendo esclusivamente alla funzione di consentire al lavoratore incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Pertanto, la suddetta contestazione va valutata in modo autonomo rispetto ad eventuali imputazioni in sede penale a carico del lavoratore. Ne consegue che se, in sede penale, sia stata emessa in favore del lavoratore sentenza irrevocabile di assoluzione dibattimentale, con qualsiasi formula adottata, ai sensi dell’art. 654 cod. proc. pen. (in tema di effetti in sede civile di tale tipo di sentenza), il discrimine tra efficacia vincolante dell’accertamento dei fatti materiali in sede penale e libera valutazione degli stessi in sede civile è costituito dall’apprezzamento della rilevanza in detta sede degli stessi fatti, essendo ipotizzabile che essi, pur rivelatisi non decisivi per la configurazione del reato contestato, conservino rilievo ai fini del rapporto dedotto innanzi al giudice civile, con la conseguenza che dall’assoluzione dalla penale responsabilità non discende in tal caso l’automatica conseguenza della preclusione alla cognizione della domanda da parte di detto giudice”.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 13/2015

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