Diritto

L’assoggettamento a turni e orari è indice di lavoro subordinato

Dal 1° gennaio viene modificata la tassazione dei contratti che hanno per oggetto il trasferimento di beni immobili a titolo oneroso
Il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo e alla contribuzione previdenziale anche quando il rapporto di lavoro è nullo perchè sorto senza regolare atto di nomina o in violazione di norme imperative

Un rapporto di lavoro subordinato sorto con un ente pubblico non economico per i fini istituzionali dello stesso, nullo perché non assistito da un regolare atto di nomina o addirittura vietato da norma imperativa, rientra pur sempre sotto la sfera di applicazione dell’art. 2126 c.c., con conseguente diritto del lavoratore al trattamento retributivo e alla contribuzione previdenziale per il tempo in cui abbia avuto materiale esecuzione. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7376 del 28 marzo 2014.

IL FATTO

Il fatto trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Firenze ha confermato la sentenza del Tribunale di Livorno che aveva condannato una società a pagare, nei confronti di alcuni lavoratori, le retribuzioni omesse, l’indennità di preavviso ed il TFR in conseguenza dell’accertato rapporto di lavoro subordinato di fatto intercorso tra le parti.

La Corte territoriale ha affermato, con riferimento alla sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, che le contestazioni delle appellanti erano generiche e basate essenzialmente sul rilievo della discontinuità della prestazione lavorativa senza tuttavia nulla riferire circa le modalità concrete di svolgimento del rapporto di lavoro ed esaminare gli esiti della prova per testi dai quali era invece emerso il carattere continuativo e regolare della prestazione della dipenente soggetta a specifici orari e turni.
La Corte territoriale ha poi esclusa la sussistenza di un rapporto di lavoro di impiego pubblico ed ha confermato il diritto della lavoratrice a percepire il TFR ragguagliato all’intero arco del rapporto di lavoro, oltre alle somme a titolo di corrispettivo per le prestazioni rese (ai sensi dell’art. 2126 cc).

La sentenza viene così impugnata in cassazione.

In particolare, la società rileva che tra le parti era intercorso un rapporto di lavoro autonomo di collaborazione coordinata e continuativa e non già di lavoro subordinato, deducendo che l’assunzione era subordinata al positivo superamento del concorso e che, pertanto, il rapporto era nullo per illiceità della causa e dell’oggetto con conseguente inapplicabilità dell’art. 2126 cc.

Inoltre, la società censura la sentenza per aver affermato la sussistenza del lavoro subordinato pur non avendo accertato l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro e per non aver motivato circa l’assimilabilità sotto il profilo quantitativo delle mansioni svolte a quelle del dipendente di ruolo.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Suprema Corte respinge il ricorso presentato dalla società. Circa l’applicabilità dell’art. 2126 del codice civile deve rilevarsi che per costante insegnamenti, di questa Corte Suprema – al quale va data continuità – un rapporto di lavoro subordinato sorto con un ente pubblico non economico per i fini istituzionali dello stesso, nullo perché non assistito da un regolare atto di nomina o addirittura vietato da norma imperativa, rientra pur sempre sotto la sfera di applicazione dell’art. 2126 c.c., con conseguente diritto del lavoratore al trattamento retributivo e alla contribuzione previdenziale per il tempo in cui abbia avuto materiale esecuzione. A tale consolidato principio si è attenuta l’impugnata sentenza che – quindi – non merita censura.

Quanto alla sussistenza del rapporto di lavoro subordinato, gli Ermellini rilevano che le censure della società sono del tutto generiche non deducendosi né l’illogicità della motivazione , né l’omessa valutazione di circostanze di fatto decisive a dimostrare la natura autonoma del rapporto.
La Corte d’Appello ha affermato che la società aveva dato atto che la prestazione lavorativa era iniziata nel 1989 ed era ancora in corso nel 1999 e che, tuttavia nulla aveva riferito circa le dettagliate testimonianze dalle quali si desumeva con certezza il carattere continuativo e regolare della prestazione della lavoratrice quale segretaria addetta all’amministrazione ed ai contatti con il pubblico in base a specifici orari e turni di lavoro.
La rilevanza della volontà delle parti ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro, richiamata dalla società, non può essere disgiunta da una verifica in concreto delle caratteristiche e modalità di svolgimento del lavoro in ordine alla quale non sono elementi irrilevanti la continuità della prestazione, la retribuzione percepita nonchè l’inserimento stabile e prolungato nell’organizzazione degli enti.

Infine, in relazione ai dubbi avanzati circa l’assimilabilità sotto il profilo quantitativo delle mansioni svolte a quelle del dipendente di ruolo, deve rilevarsi che la censura risulta del tutto generica. La stessa Corte territoriale ha rilevato che gli enti appellanti non avevano dedotto alcunché circa le concrete modalità di svolgimento del lavoro da parte della lavoratrice né in relazione ai risultati dell’istruttoria svolta dalla quale si desumeva il carattere continuativo e regolare del rapporto di lavoro

Deve, infine, sottolinearsi che con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sé coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell”ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee.

Per questi motivi la Suprema Corte rigetta il ricorso della società.

Art. 2126 Codice Civile - Prestazione di fatto con violazione di legge

La nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa.
Se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione.

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