Diritto

L’accertamento presuntivo non può fondare la condanna penale

L'accertamento presuntivo non può fondare la condanna penale
L’accertamento presuntivo, ammesso in sede tributaria, non può trovare ingresso in sede penale, in quanto il giudice è tenuto a verificare la sussistenza della violazione tramite indagini specifiche che possono far luce o meno sulla fondatezza della tesi accusatoria

L’accertamento presuntivo, ammesso in sede tributaria, non può trovare ingresso in sede penale, in quanto il giudice è tenuto a verificare la sussistenza della violazione tramite indagini specifiche che possono far luce o meno sulla fondatezza della tesi accusatoria. In sede penale, peraltro, il giudice non può applicare le presunzioni legali, sia pure di carattere relativo, o i criteri di valutazione validi in sede penale, limitandosi a porre poi l’onere probatorio a carico dell’imputato, dovendo invece procedere d’ufficio agli accertamenti del caso. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6823 il 17 febbraio 2015.

IL FATTO
Un contribuente veniva imputato per omessa presentazione della dichiarazione, ai sensi dell’art. 5, D.Lgs. n. 74 del 2000. Lo stesso era infatti accusato di avere omesso di presentare, per il periodo di imposta 2006, la dichiarazione annuale ai fini delle imposte sui redditi, con conseguente evasione anche di IVA.

L’imputato veniva condannato sia in primo grado che in appello.

Contro la sentenza della Corte di Appello, la difesa presentava ricorso in Cassazione lamentando, tra le altre cose, che i giudici del merito avevano omesso di accertare l’effettivo ammontare dell’imposta evasa, ai fini del superamento della soglia di punibilità, quantificandola in maniera presuntiva in base all’accertamento tributario.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’imputato. I Supremi giudici evidenziano, infatti, che i giudici di merito non hanno correttamente verificato l’ammontare dell’imposta evasa ed il relativo superamento della soglia di punibilità, visto che si sono avvalsi, esclusivamente, del processo verbale dell’Agenzia delle Entrate.
Pertanto, si è quantificata l’evasione in maniera presuntiva, riprendendo acriticamente le risultanze dell’accertamento tributario che è invece strutturato su parametri del tutto lontani e diversi rispetto al sistema probatorio penale, e ponendo a carico dell’imputato l’onere di dimostrare il mancato superamento della soglia di evasione.
L’accertamento presuntivo, ammesso in sede tributaria, non può trovare ingresso in sede penale, in quanto il giudice è tenuto a verificare la sussistenza della violazione tramite indagini specifiche che possono far luce o meno sulla fondatezza della tesi accusatoria. Ai fini dell’individuazione del superamento della soglia di punibilità, spetta esclusivamente al giudice penale il compito di procedere all’accertamento ed alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi o anche ad entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dal giudice tributario, non essendo configurabile alcuna pregiudiziale tributaria.
In sede penale, peraltro, il giudice non può applicare le presunzioni legali, sia pure di carattere relativo, o i criteri di valutazione validi in sede penale, limitandosi a porre poi l’onere probatorio a carico dell’imputato, dovendo invece procedere d’ufficio agli accertamenti del caso.

La sentenza in rassegna conferma l’orientamento, già espresso dalla Corte, per cui le presunzioni fiscali non possono operare in sede penale.
Queste ultime possono essere considerate solo quali meri indizi e potranno essere poste a base di una decisione di condanna solo ove si accertino, nel procedimento penale, ulteriori elementi a supporto. Di conseguenza, il giudice deve specificamente indicare le ragioni per le quali ritiene attendibili i dati emersi dal controllo fiscale, non potendoli recepire acriticamente. Pertanto, non si potrà recepire il contenuto del PVC e fondare su quest’ultimo la condanna in sede penale, dovendo accertarsi in maniera concreta l’eventuale superamento della soglia di punibilità.
Tuttavia, si sottolinea come sia invece pacifico nella giurisprudenza di legittimità che tali presunzioni sono sufficienti a legittimare l’applicazione di una misura cautelare reale (sequestro) nei confronti del contribuente-indagato, in quanto queste ultime non richiedono un compendio indiziario grave, ma la semplice prospettazione del fumus del reato.

L’art. 5 del D.Lgs. n. 74/2000 punisce chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte. Per il perfezionamento della condotta era necessario, nella originaria versione del decreto, che l’ammontare dell’imposta evasa fosse superiore a 77.468,53 euro (vecchi 150 milioni di lire). Ora invece a partire dal 17 settembre 2011, la soglia è di 30.000 euro. Non si considera omessa la dichiarazione presentata entro 90 giorni dalla scadenza del termine o non sottoscritta o non redatta su uno stampato conforme al modello prescritto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *