Diritto

La tuta da lavoro è un dispositivo di protezione individuale che va fornito dal datore?

La tuta da lavoro è un dispositivo di protezione individuale che va fornito dal datore?
Sono dispositivi di protezione individuale qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo, mentre non lo sono gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore

In materia di sicurezza dei luoghi di lavoro, quando il datore è obbligato a fornire anche gli indumenti di lavoro? Il caso di specie è stato trattato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 5176 del 5 marzo 2014.

IL FATTO

Un lavoratore esponeva al Tribunale del lavoro di Napoli di essere addetto ai servizi di manutenzione e pulitura dei parchi e dei giardini pubblici per il Comune di Napoli e di eseguire le operazioni indicate al ricorso. In particolare, lamentava che nel corso di tali operazioni quotidianamente sporcava gli abiti da lavoro che consistevano in due tute di stoffa che il Comune forniva ogni due o tre anni, che le tute “usa e getta” fornite ogni circa 24 mesi non consentivano la traspirazione; che la scarsità degli indumenti forniti e il lungo lasso di tempo intercorrente tra una fornitura ed un’altra e i lavaggi frequenti determinavano un logorio tale degli abiti da lavoro da indurre il ricorrente alla loro sostituzione con abiti propri, mentre incombeva sul Comune di Napoli l’obbligo di fornire, lavare e disinfettare gli indumenti di lavoro.
Pertanto il ricorrente deduceva la violazione degli artt. 32 Cost. e 2087 c.c. e di altre norme come il D.Lgs n. 626/94 e sosteneva di avere diritto all’indennità per il lavaggio delle tute o al risarcimento del danno per la condotta del Comune.

Tuttavia, il Tribunale di Napoli rigettava la domanda.

Avverso la detta sentenza interponeva appello il lavoratore, ma la Corte di Appello di Napoli provvedeva a respingere il ricorso confermando la sentenza del giudice di prime cure.

Nello specifico, la Corte territoriale osservava che l’appellante aveva in sostanza lamentato la violazione della norma costituzionale in materia di salute, nonché dell’art. 2087 c.c. e dell’art. 40 D.Lgs n. 626/94. Appariva per la Corte inapplicabile la normativa introdotta nel 1994 perché riferibile ai soli “DPI” (dispositivi di protezione individuale), mentre le tute fornite ai lavoratori erano capi comuni e assolvevano alla mera funzione di preservazione degli abiti dei lavoratori così come le tute “monouso”; quindi non si trattava di indumenti predisposti per tutelare la salute e sicurezza delle persone. L’eventualità di venire a contatto con sostanze nocive era stata prospettata in modo del tutto generico, tenuto conto dell’attività svolta. Elementi essenziali in ordine all’obbligo di fornitura di DPI erano la frequenza di esposizione e le caratteristiche del posto di lavoro del singolo dipendente; in ogni caso le tute fornite dal Comune non potevano in alcun caso proteggere dall’ipotetico rischio di contatto con sostanze nocive e la controversia era limitata al solo preteso obbligo del Comune di Napoli di lavare le tute fornite o di risarcire il danno da violazione di tale preteso obbligo, per cui non rilevante era la perizia depositata in atti circa la individuazione di DPI in ordine ai rischi specifici delle lavorazioni svolte dall’appellante. La giurisprudenza di legittimità circa la fornitura di idonei strumenti di protezione e circa l’obbligo per il datore di lavoro di tenerli puliti ed efficienti, richiamata dall’appellante si riferiva a casi diversi in cui gli indumenti forniti erano effettivamente DPI o strumenti di copertura ad essi assimilabili.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il dipendente con 14 motivi.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Secondo gli ermellini, corretto è stato il percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale nel provvedimento impugnato in quanto si è partiti dal necessario accertamento se le tute distribuite ai lavoratori, anche se a cadenze assolutamente insufficienti, quelle monouso e quelle di stoffa, potessero essere considerate DPI (dispositivi di protezione individuale) ai sensi della normativa in vigore. La Corte territoriale correttamente rileva che se le tute fornite dal datore di lavoro Comune di Napoli si dovessero considerare DPI, allora non vi sarebbe alcun dubbio del connesso obbligo per il Comune di tenere indenni i lavoratori dai costi e dai disagi del loro frequente lavaggio. La Corte di Appello rilevava che ai sensi dell’art. 40 del D.Lgs. 626/94 è DPI “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo” e non sono invece DPI “gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore“; l’art. 42 precisa che i DPI devono essere adeguati ai rischi da prevenire, alle condizioni esistenti sul luogo di lavoro e tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore e devono poter essere adattati all’utilizzatore secondo le sue necessità, mentre all’art. 43 si precisano gli obblighi di corretta fornitura dei DPI anche in ordine al loro mantenimento in stato di efficienza ed igiene. La Corte di Appello ha poi ricordato che la circolare n. 34 del 29.4.1999 precisa che gli indumenti di lavoro possono avere tre funzioni:

  1. di divisa cioè di identificazione aziendale;
  2. di mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all’espletamento dell’attività lavorativa;
  3. di protezione da rischi per la salute e sicurezza e che solo in quest’ultimo caso gli indumenti rientrano tra i DPI (a titolo esemplificativo gli indumenti per evitare il contagio con sostanze nocive, tossiche, corrosive o con agenti biologici).

Date queste premesse normative la Corte territoriale ha logicamente concluso che le tute fornite ai lavoratori dal Comune di Napoli non potevano essere ritenute DPI per le loro caratteristiche di capi comuni di abbigliamento (tute di stoffa) e la loro funzione di vestizione in quanto strumentali al solo scopo di mera preservazione degli abiti civili del lavoratore dalla ordinaria usura connessa all’espletamento dell’attività lavorativa. Discorso da farsi anche per le tute di lavoro monouso in tjvek. La Corte territoriale ha rilevato che proprio il lavoratore aveva allegato e ribadito che le tute monouso erano non traspiranti e permeabili ai liquidi e quindi inidonee e che quelle di stoffa si sporcavano facilmente sicché entrambe i generi di indumenti di lavoro non realizzavano alcuna significativa tutela rispetto ai rischi specifici cui il lavoratore era – a suo dire – esposto. Le caratteristiche e la tipologie di tali indumenti esclude che gli stessi possano essere considerati DPI alla luce della normativa in vigore non possedendo la funzionalità tipica dei DPI e cioè un’adeguata protezione dai rischi di contatto con sostanze nocive (per lavorazioni come quelle cui era addetto il lavoratore) essendo stati forniti solo per preservare gli abiti civili dall’usura connessa all’espletamento dell’attività lavorativa. Si tratta di un accertamento di natura squisitamente fattuale motivato congruamente ed ancorato ad elementi desunti dalla stesse prospettazioni del lavoratore e quindi insindacabile come tale nel giudizio di legittimità, che porta ad escludere in radice non solo la dedotta assimilazione tra le tute fornite al dipendente del Comune di Napoli e i DPI, ma anche ogni nesso tra la tutela della salute e dell’igiene del dipendente ex art. 32 Cost. ed ex art. 2087 c.c. e la domanda formulata in sede processuale. La Corte territoriale ha correttamente rilevato che oggetto della domanda era l’obbligo per il Comune di fornire le tute prima indicate e comunque di tenerle pulite e, in linea subordinata, di risarcire il dipendente dalle spese sostenute di lavaggio delle tute, questione completamente estranea al tema della tutela della salute e dell’igiene nel luogo di lavoro ex art. 32 della Cost. ed ex art. 2087 c.c., posto che le tute non erano fornite a tale scopo, ma solo per preservare gli abiti civili dall’usura dovuta all’attività lavorativa svolta. La domanda non concerneva quindi la fornitura di DPI ove necessario al fine di salvaguardare i beni costituzionalmente protetti prima ricordati, ma riguardava direttamente il tipo di tute distribuite (saltuariamente, a stare alla prospettazione del lavoratore) dal Comune di Napoli, non altre specifiche vestizioni o altro tipo di protezioni normativamente richieste per la natura dell’attività lavorativa e del luogo ove essa si svolge. Ciò rende del tutto superfluo stabilire se esista un obbligo per il datore di lavoro in via generale di proteggere attraverso tute ed abiti di lavoro adeguati (DPI o altre protezioni) i dipendenti soggetti a rischio di contaminazione con sostanze nocive, perché non era questa la questione da dirimere, posto che le tute sulla cui fornitura e pulizia è incentrata la domanda non hanno questa funzione, né la potrebbero avere date le loro caratteristiche funzionali. Correttamente quindi non è stato esaminato il contenuto della perizia richiamata dal lavoratore né è stata ammessa la prova che tendeva ad acclarare la tesi dell’esposizione a rischi per la salute e l’igiene del lavoratore in quanto si trattava di un’indagine non pertinente per la domanda introdotta. Non si può quindi escludere che, per le lavorazioni cui era addetto il ricorrente, fosse necessario predisporre DPI specifici di riduzione del rischio di contaminazione o altre cautele, ma non è questo il thema decidendum, perché tale eventuale obbligo ex art. 32 Cost. o ex art. 2087 c.c. non ha alcun nesso con l’obbligo di lavare con sistematicità tute che servono solo ad evitare l’usura di abiti civili.

Pertanto, la suprema Corte rigetta il ricorso condannando il lavoratore al pagamento delle spese di lite.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 5176/2014

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