Diritto

La tassa di concessione governativa dovuta per l’abbonamento del telefonino va pagata

La tassa di concessione governativa dovuta per l’abbonamento del telefonino va pagata
La permanente assoggettabilità dell’uso del telefono cellulare alla tassa governativa non si pone in contrasto con la disciplina comunitaria

La permanente assoggettabilità dell’uso del telefono cellulare alla tassa governativa di cui all’art. 21 della tariffa allegata al D.P.R. n. 641/1972, riprodotto nell’art. 160, D.Lgs. n. 259/2003, non si pone in contrasto con la disciplina comunitaria, attesa l’esplicita esclusione di ogni incompatibilità affermata dalla Corte di Giustizia, né con gli articoli 3, 23 e 53 Cost., poiché la differenza tra le situazioni contrattuali degli utenti di servizi di telefonia in abbonamento, tenuti al pagamento della tassa, e quelli che abbiano stipulato un contratto con carta ricaricabile, non obbligati al pagamento, esclude l’irragionevolezza del diverso trattamento tributario ed è rispettata la riserva di legge prevista in materia di imposizione tributaria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 9720 del 12 maggio 2016.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale del Veneto – in controversia concernente l’impugnazione del silenzio-rifiuto opposto dall’Amministrazione finanziaria ad istanza di una società di rimborso delle tasse di concessione governativa versate dal 2008 al 2011 – ha respinto il ricorso presentato dalla predetta società, la quale assumeva la non debenza della tassa per la telefonia mobile, per intervenuta abrogazione tacita ad opera del D.Lgs. n. 259/2003.

In particolare, i giudici d’appello hanno sostenuto, richiamando sia il contenuto della sentenza delle S.U. della Corte di Cassazione n. 9560/2014 sia la norma di interpretazione autentica dettata dall’art. 2, comma 4, del d.l. 4/2014, che il D.Lgs. n. 259/2003 non ha operato alcuna abrogazione della normativa previgente, cosicché l’abbonamento al gestore telefonico sostituisce la licenza di stazione radio, realizzando il presupposto impositivo di applicazione della tassa di concessione dovuta sui cellulari, ai sensi dell’art. 21 della tariffa allegata al D.P.R. n. 641/1972.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, ribadendo la non debenza della tassa di concessione governativa.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. Invero, la questione di diritto proposta dal ricorso è stata definita dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 9560/2014, ove si è affermato che, in tema di radiofonia mobile, l’abrogazione dell’art. 318 del d.P.R. 28 marzo 1973, n. 156, ad opera dell’art. 218 del D.Lgs. 1 agosto 2003, n. 259, non ha fatto venire meno l’assoggettabilità dell’uso del “telefono cellulare” alla tassa governativa di cui all’art. 21 della tariffa allegata al d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, in quanto la relativa previsione è riprodotta nell’art. 160 del D.Lgs. n. 259 cit.

Va, infatti, esclusa – come anche desumibile dalla norma interpretativa, introdotta con l’art. 2, comma 4, del d.l. 24 gennaio 2014, n. 4, conv. con modif. in legge 28 marzo 2014, n. 50, che ha inteso la nozione di stazioni radioelettriche come inclusiva del servizio radiomobile terrestre di comunicazione (“Per gli effetti dell’art. 21 della Tariffa annessa al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, le disposizioni dell’art. 160 del Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al D.Lgs. 10 agosto 2003, n. 259, richiamate dal predetto art. 21, si interpretano nel senso che per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione”) – una differenziazione di regolamentazione tra “telefoni cellulari” e “radio rice-trasmittenti”, risultando entrambi soggetti, quanto alle condizioni di accesso, al D.Lgs. n. 259 cit. (attuativo, in particolare, della direttiva 2002/20/CE, cosiddetta direttiva autorizzazioni), e, quanto ai requisiti tecnici per la messa in commercio, al D.Lgs. 5 settembre 2001, n. 269 (attuativo della direttiva 1999/5/CE), sicché il rinvio, di carattere non recettizio, operato dalla regola tariffaria deve intendersi riferito attualmente all’art. 160 della nuova normativa (par. 7.2: “Non appare giustificato sostenere sul piano normativa che la tassa di concessione governativa sui telefonini sia da ritenere abrogata per il solo fatto che il codice delle comunicazioni non disciplini più l’uso dei terminali radiomobili di comunicazione – cioè i telefonini”).

Né, in ogni caso, secondo le Sezioni Unite della Cassazione, l’applicabilità di siffatta tassa si pone in contrasto con la disciplina comunitaria (la direttiva 2002/19/CE, relativa all’accesso alle reti di comunicazione elettronica e alle risorse correlate, e all’interconnessione delle medesime (cd. “direttiva accesso”); la direttiva 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (cd. “direttiva autorizzazioni”); la direttiva 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (cd. “direttiva quadro”); la direttiva 2002/22/CE, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (cd. “direttiva servizio universale”); la direttiva 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica; le prime tre di queste direttive sono state modificate dalla direttiva 2009/140/CE e tutte tali direttive sono state attuate nell’ordinamento giuridico italiano dal Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al D.Lgs. n. 259 del 2003, poi modificato, in attuazione della citata direttiva 2009/140/CE, dal D.Lgs. n. 70 del 2012), attesa l’esplicita esclusione di ogni incompatibilità affermata dalla Corte di giustizia. Secondo la Corte di Lussemburgo (par. 7.3.2 della pronuncia S.U. cit.), infatti, il quadro normativo comunitario espresso dalle direttive suddette “non osta ad una norma nazionale che preveda un tributo come la tassa di concessione governativa” (Corte giust. 15.12.2010, in causa C-492/09; Corte giust. 27.6.2013, in causa C-71/12; Corte giust. 12.12.2013, in causa C-335/13).

Tale principio è stato anche di recente confermato dalla stessa Corte di Giustizia UE, la quale ha infatti chiarito che la disciplina UE va interpretata nel senso che non osta a una normativa nazionale relativa all’applicazione di una tassa, quale la tassa di concessione governativa, in forza della quale l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre, nel contesto di un contratto di abbonamento, è assoggettato a un’autorizzazione generale o a una licenza nonché al pagamento di detta tassa, in quanto il contratto di abbonamento sostituisce di per sé la licenza o l’autorizzazione generale e, pertanto, non occorre alcun intervento dell’amministrazione al riguardo.

In definitiva, dopo l’ulteriore intervento della Corte di Giustizia, da un lato, non è più in discussione la compatibilità della tassa di concessione governativa con l’ordinamento UE e, dall’altro lato, sul piano interno, l’esistenza di un quadro normativo non equivoco, in ordine alla necessità di autorizzazione, individua il presupposto d’imposta ed esclude la sussistenza dei presupposti per una nuova rimessione del ricorso alle Sezioni Unite.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 9720/2016

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