Diritto

La “svista” del cassiere di banca non legittima il licenziamento

È illegittimo, perché sproporzionato, il licenziamento del cassiere di banca che durante la contabilizzazioni di un prelievo allo sportello di 2mila euro addebiti per errore la somma sul conto corrente di un altro cliente
È illegittimo, perché sproporzionato, il licenziamento del cassiere di banca che durante la contabilizzazioni di un prelievo allo sportello di 2mila euro addebiti per errore la somma sul conto corrente di un altro cliente

Non è licenziabile il dipendente di banca che abbia commesso un errore nella contabilizzazione di un addebito conseguente a un’operazione di prelievo in contanti (nello specifico, prelievo addebitato sul c/c di un altro). Non costituisce, infatti giusta causa o giustificato motivo di licenziamento, una mera svista commessa dal lavoratore nell’espletamento delle proprie mansioni e priva di conseguenze dannose per il datore e/o per terzi. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25608 del 3 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il ricorso proposto da un lavoratore contro la decisione del Tribunale di Pescara che ne aveva rigettato l’impugnativa del licenziamento disciplinare intimato dalla banca datrice di lavoro per un errore commesso dal medesimo nella contabilizzazione di un addebito conseguente ad un’operazione di prelievo in contanti e per “complessivo atteggiamento di completa noncuranza delle ordinarie regole collaborative”.

Nel ricorso per cassazione, il lavoratore addebita ai giudici di avere ravvisato una giusta causa di licenziamento in una mera svista colposa del medesimo, che per errore nella digitazione del numero di c/c (10/6859 anziché 10/6958) aveva addebitato il prelievo in contanti di un correntista sul c/c di un altro; censura, poi, la genericità dell’ulteriore addebito di “complessivo atteggiamento di completa noncuranza delle ordinarie regole collaborative”; inoltre, contesta la sanzione espulsiva, ritenuta dalla Corte territoriale proporzionata ad una condotta meramente colposa, verificatasi una sola volta e che non aveva comportato alcun danno né per la società né per il correntista che, accortosi subito dell’errore, ne aveva chiesto ed ottenuto la correzione; lamenta infine il ricorrente che la Corte territoriale non ha considerato neppure le particolari circostanze in cui era avvenuto l’errore di digitazione numerica sulla tastiera del terminale, vista la malattia dello stesso che lo rendeva inidoneo per un periodo di sei mesi alle mansioni di cassiere fino ad allora espletate.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dal lavoratore. In virtù di costante giurisprudenza della Suprema Corte, infatti, per giustificare un licenziamento disciplinare i fatti addebitati devono rivestire il carattere dì grave violazione degli obblighi del rapporto di lavoro, tale da lederne irrimediabilmente 1*elemento fiduciario; la relativa valutazione deve essere operata con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla qualità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, al nocumento eventualmente arrecalo, alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del loro verificarsi, ai motivi e all’intensità dell’elemento intenzionale o di quello colposo (cfr, per tutte, Cass. n. 7394/2000).

A tale insegnamento non si è attenuta la Corte territoriale, che nell’accertare la proporzionalità fra illecito disciplinare e sanzione applicata ha valutalo soltanto il grado di affidamento implicato dalle mansioni di cassiere e i suoi precedenti disciplinari, senza alcun apprezzamento dell’assenza di danno per l’istituto di credito o per taluno dei suoi correntisti (circostanza pacifica) od approfondimento in ordine all’intensità dell’elemento colposo (quello intenzionale è stato escluso dalla stessa gravata pronuncia).

Ora, l’affermazione di affidamento richiesto dalle mansioni di cassiere, per quanto in linea di principio esatta, non esime però il giudice di merito da un concreto apprezzamento della vicenda, in particolare per quel che attiene all’esistenza o meno di danno e all’elemento soggettivo che connota la condotta addebitata in sede disciplinare.
Diversamente, qualsiasi svista o lapsus, sol perché attribuibile ad un cassiere di banca, si convertirebbe in giusta causa o giustificato motivo di recesso, surrettiziamente trasformando ogni errore nell’espletare tale tipo di mansioni in una sorta dì oggettivo e predeterminato criterio di applicazione della sanzione espulsiva.
Per tale ragione non sono conferenti i precedenti menzionati in sentenza, riferiti a vicende in cui o si era pur sempre verificato un danno, oppure si era avuta un’intenzionale condotta contraria ai doveri d’ufficio

Nulla di tutto ciò si rinviene nel caso in esame, considerato che la mera svista di un cassiere che, operando al terminale, sbagli nel digitare il numero di c/c cui addebitare un’operazione, o comunque materialmente si equivochi sulla corrispondenza tra il soggetto che effettua il prelievo di cassa per contanti e il numero di c/c sul quale effettuare la relativa annotazione a debito, altro non è che un lapsus.
Ma esso consiste in una pura e semplice difformità tra un movimento, un’azione o un’affermazione elaborata a livello psichico e la sua concretizzazione motoria o verbale, difformità riconducibile alla sfera del controllo degli impulsi nervosi e/o dell’inconscio piuttosto che alla colpa propriamente intesa in senso disciplinare/giuslavoristico e che non mette in discussione neppure le competenze esigibili nei confronti del lavoratore adibito a determinate mansioni.

Né la doverosa disamina dell’elemento soggettivo della condotta addebitata come illecito disciplinare può essere sostituita dal rinvio all’ulteriore addebito mosso al lavoratore per “complessivo atteggiamento di completa noncuranza delle ordinarie regole collaborative”, trattandosi di contestazione di manifesta genericità in quanto tale, nulla per violazione dell’art. 7 legge n. 300/70.

Infine, la gravità dell’infrazione ascritta al caso di specie non può ricavarsi unicamente dai precedenti disciplinari (sui quali la Corte territoriale ha insistito, per altro senza chiarirne il numero, la natura e l’epoca).
Invero, i precedenti costituiscono soltanto uno dei parametri di valutazione della gravità dell’illecito, non certo una sorta di surrogato per dare concretezza ad un addebito in parte generico, in parte inidoneo ad integrare giusta causa o giustificato motivo di licenziamento (come avvenuto nel caso in discorso).
Né i precedenti disciplinari possono implicitamente suggerire ulteriori mancanze addebitabili al lavoratore, che non possono nemmeno supporsi in assenza dì esplicita contestazione.
Diversamente opinando – chiarisce la Suprema Corte -, i precedenti disciplinari si risolverebbero essi stessi in un’autonoma causa di licenziamento, con sostanziale duplicazione della sanzione all’epoca irrogata.

In conclusione, la Corte di Cassazione enuclea il seguente principio di diritto, cui la Corte d’Appello del rinvio dovrà attenersi: “Non costituisce giusta causa o giustificato motivo dì licenziamento una mera svista commessa dal lavoratore nell’espletamento delle proprie mansioni e priva dì conseguenze dannose per il datore di lavoro e/o per terzi”.
“È nulla per violazione dell’art. 7 legge n. 300/70 la contestazione disciplinare che addebiti al dipendente un generale atteggiamento dì noncuranza delle ordinarie regole collaborative senza ulteriore specificazione delle circostanze in cui tale condotta sì sarebbe estrinsecata”.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25608/2014

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