Diritto

La sicurezza del luogo di lavoro: un’obbligazione del datore di lavoro in continua evoluzione

La sicurezza del luogo di lavoro: un’obbligazione del datore di lavoro in continua evoluzione
Il datore di lavoro ha l’obbligo di assicurare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute, con particolare riferimento alle mansioni da svolgere, in maniera tale da rendere edotti i lavoratori sui rischi inerenti alle attività alle quali vengono addetti

In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro ha l’obbligo di assicurare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute, con particolare riferimento alle mansioni da svolgere, in maniera tale da rendere edotti i lavoratori sui rischi inerenti alle attività alle quali vengono addetti.

Gli obblighi protettivi che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità. Può pertanto escludersi l’esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento.

Un’analisi schematica degli aspetti dogmatici e giurisprudenziali. La sicurezza dei luogo di lavoro è un dovere del datore di lavoro, che rientra nell’ambito dei suoi poteri direttivi e di organizzazione: consiste nel dovere di assicurare condizioni di lavoro che non siano lesive della salute del lavoratore. Esso trova fondamento nelle disposizioni costituzionali, in particolare in quelle contenute negli artt. 32, 35, 38, 41 Cost., norme precettive che ne sanciscono gli aspetti essenziali, delineati in concreto da una giurisprudenza sempre più attenta alle esigenze emergenti nella realtà.

In particolare, dal combinato disposto degli artt. 32 e 41 Cost., si delinea la salute come diritto fondamentale dell’individuo e della collettività nonché limite espresso all’esercizio dell’iniziativa economica privata. Alla luce di ciò la sicurezza dei luoghi di lavoro diventa componente essenziale di un rapporto, come quello di lavoro, nel quale i rischi per la salute del lavoratore sono molto spesso insiti nella prestazione stessa.

Altra norma importante in materia è la disposizione dell’art. 2087 c.c. che, sempre alla luce degli artt. 32 e 41 Cost., viene inquadrata come disposizione che risponde ad un principio di umanizzazione del posto di lavoro e in essa, secondo la giurisprudenza, sono da ricondurre tutti gli obblighi di facere del datore di lavoro nei confronti dei singoli lavoratori, scritti e non scritti, presenti e futuri, attraverso un intervento costante sul complesso dei beni organizzati.

Dunque, ex art. 2087 c.c., sussiste, a carico del datore di lavoro, un obbligo di massima sicurezza della tecnologia fattibile e una serie di parametri da tener presente per una corretta prevenzione. Si è di fronte un vero e proprio vincolo al datore di lavoro a carico del quale si pone l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Dalla dinamica formulazione dell’art. 2087 c.c. si ricava che tale obbligo comporta per il datore di lavoro il dovere di individuare tutte le misure che di volta in volta si pongono come necessarie in base alle caratteristiche del sistema produttivo, dell’ambiente aziendale, della natura delle lavorazioni da effettuare. Dunque, non è un obbligo dal contenuto negativo, un adempimento morale o un semplice onere ma un’obbligazione complessa e da razionalizzare in base alla realtà che si vive in un’azienda.

L’obbligo del datore di lavoro non può che essere relativo e variabile: opera in una situazione, come quella imprenditoriale, piuttosto dinamica ed in continua mutazione, non può costituire, così, un dato assoluto in quanto dipende fortemente dall’evoluzione della tecnica e dall’avanzamento del progresso tecnologico.

Il contenuto concreto di tale obbligo-dovere è stato frutto di una lunga evoluzione legislativa e giurisprudenziale, che è ancora in atto. Nel tempo, infatti, sono state emanate tutta una serie di norme, che comunque sono preordinate a svolgere una funzione preventiva più che ad individuare forme di responsabilità.

Le prime leggi in materia di sicurezza in Italia sono state negli anni ’50, con il DPR 547/1955, il DPR 303/1956, il DPR 169/1956, mentre sono degli anni ’90, le prime direttive europee come le Direttive n. 626/1994 e n. 494/1996 che hanno obbligato imprese, committenti e datori di lavoro al rispetto dei decreti precedenti, a gestire il miglioramento continuo delle condizioni di lavoro e ad introdurre la formazione e l’informazione dei rischi fino ad arrivare, così, a creare nuove figure professionali come i responsabili per la sicurezza sul lavoro.

Oggi la legislazione di settore viene integrata da una giurisprudenza che impone al datore di lavoro di adottare non solo le misure di sicurezza previste dalla legislazione antinfortunistica vigente, ma anche quelle comunque ritenute necessarie sulla base del patrimonio di cognizioni e di esperienze proprie di un determinato momento storico. Come sottolineato dalla dottrina più attenta, in tal modo si supplisce alle lacune legislative, in quanto non si può prevedere qualsiasi fattore di rischio, e si evita l’obsolescenza di misure di sicurezza attraverso un costante aggiornamento alla luce dei nuovi ritrovati dell’esperienza e della tecnica.

Ecco perché per il datore di lavoro sussiste l’onere di tenersi aggiornato, individuando caso per caso, e secondo i tre parametri delineati dall’art. 2087 c.c. (particolarità del lavoro, esperienza e tecnica), le misure da adottare in concreto.

Inoltre, la giurisprudenza sottolinea sempre più spesso come sussista anche l’obbligo di fare cultura sul rispetto delle norme antinfortunistiche, di svolgere continua ed assidua azione pedagogica, con il ricorso, se del caso, anche a sanzioni disciplinari nei confronti dei lavoratori che non si adeguano. Importante è, in tale contesto, l’obbligo di assicurare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute, con particolare riferimento alle mansioni da svolgere, in maniera tale da rendere edotti i lavoratori sui rischi inerenti alle attività alle quali vengono addetti, come nel caso di recente affrontato dalla quarta sezione penale della Cassazione.

La sentenza recente della Cassazione. Nel caso sottoposto all’attenzione dei giudici ermellini, il datore di lavoro è condannato per omicidio colposo per non aver adeguatamente addestrato i lavoratori sul montaggio e l’utilizzazione della piattaforma di lavoro su colonne, denominata ponte autosollevante, cagionando la morte di tre operai, che precipitavano dalla piattaforma in cui si trovavano a causa di una errata manovra nel serraggio dei tasselli di ancoraggio e del mancato inserimento dei dadi negli apposti bulloni nel corso delle operazioni di montaggio del predetto macchinario.

Nella motivazione si delinea una ipotesi di causalità commissiva, atteso che il datore di lavoro ha posto in essere una condizione dell’evento, costituta nell’aver adibito alle operazioni di montaggio del macchinario denominato “piattaforma di lavoro su colonne” tre lavoratori che non erano stati addestrati rispetto all’installazione della predetta piattaforma; in sede istruttoria è stato accertato che la colonna era crollata perché gli operai avevano omesso di collegare i tralicci tra di loro con le tre viti ed i relativi bulloni opportunamente serrati.

La responsabilità del datore di lavoro, per come sinora delineata costituisce un’obbligazione ampia ed eterogenea che comprende, sia la mancata adozione delle misure di sicurezza, che la mancata vigilanza dell’adozione di tali misure ed il comportamento del lavoratore può delinearsi come causa sopravvenuta solo se il comportamento del lavoratore è estraneo al processo produttivo o si concretizzi in un comportamento esorbitante ed imprevedibile.

Il concorso di colpa del lavoratore non esclude la responsabilità del datore di lavoro se non in casi limite. Questi ultimi sono quelli in cui la giurisprudenza individua una condotta abnorme o esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e/o alle direttive ricevute, tali da porsi come cause esclusive dell’evento.

Dunque, al di là di quei casi caratterizzati da atipicità ed eccezionalità, unico responsabile è sempre e solo il datore di lavoro.

Anche di recente la suprema Corte ha sottolineato come “le norme antinfortunistiche sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione ma anche quelli ascrivibili a imperizia, negligenza ed imprudenza del lavoratore stesso” (Cass. N. 5493/2006; Cass. N. 9689/2009; Cass. N. 19494/2009; Cass. N. 4656/2011; Cass. N. 22514/2011).

Così, anche nel caso de quo la Corte territoriale ha, altresì, considerato che le operazioni di montaggio necessitavano di particolare attenzione e cura costante, poiché occorreva assicurare il progressivo serraggio di viti e bulloni con i dadi, nel corso di tutta la fase di ascesa del ponte autosollevante; ed ha ritenuto che eliminando mentalmente l’elemento fattuale dato dalla adibizione delle tre vittime alla attività di montaggio, con le riferite modalità, gli eventi mortali non si sarebbero verificati. Né – soggiunge il Supremo Collegio – assume rilievo, nell’ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall’utilizzo di personale non adeguatamente istruito, il comportamento negligente del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all’evento, quando questo sia da ricondurre comunque all’insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente. In altre parole, le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni. Difatti, gli obblighi protettivi che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità; e può pertanto escludersi l’esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento. Nella materia che occupa deve, cioè, considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro; e la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l’obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica. Ne deriva che, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro ha l’obbligo di assicurare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute, con particolare riferimento alle mansioni da svolgere, in maniera tale da rendere edotti i lavoratori sui rischi inerenti alle attività alle quali vengono addetti. Tale assunto muove delle disposizioni già contenute nell’art. 4, del D.P.R. n. 547 del 1955, in riferimento all’obbligo di informare i lavoratori dei rischi specifici al quali sono esposti; disposizioni poi recepite dagli artt. 21 e 22 del D.lgs. n. 626 del 1994, relative agli obblighi informativi gravanti sul datore di lavoro; e, da ultimo, consacrate, in termini di continuità normativa, nelle misure generali di tutela di cui all’art. 15, comma 1, lett. n), D.lgs. 9.04.2008 n. 81, recante Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Tanto premesso, la Corte, non ravvisando fratture logiche nella sentenza di seconde cure, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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