Lavoro

La salvaguardia del posto di lavoro è più importante del profitto

Riduzione del personale, riorganizzazione e razionalizzazione delle risorse umane, terziarizzazione e delocalizzazione dei servizi offerti: sono solo alcune delle ragioni alla base dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. In questo momento storico caratterizzato da bassi indici di crescita economica e da sempre più crescenti livelli di disoccupazione, soprattutto giovanile, si assiste ad un notevole incremento dei licenziamenti inerenti l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro e il regolare funzionamento dell’azienda.
È la ragione per cui al centro del ragionamento delle sentenze della Suprema corte c’è la continua ricerca dei confini della legittimità dei licenziamenti intimati in base all’articolo 3, seconda parte, della legge 604/1966 (sui licenziamenti individuali).
[alert_custom]CASI PRATICI DI ILLEGITTIMITA’ DI UN LICENZIAMENTO ECONOMICO (GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO)[/alert_custom]

Di recente la Cassazione, con la sentenza n. 17087 depositata lo scorso 8 ottobre ha affermato l’illegittimità del licenziamento intimato ad un dipendente commerciale di un’ azienda per riduzione del personale. In particolare, l’azienda aveva progressivamente sottratto le mansioni al lavoratore sino al suo licenziamento e, in seguito, aveva assegnato ad altri dipendenti gli stessi compiti. La Corte sostiene infatti che nella nozione di giustificato motivo oggettivo di licenziamento è riconducibile anche l’ipotesi del riassetto organizzativo dell’azienda attuato al fine di una più economica gestione. La scelta dell’imprenditore, però, non deve essere diretta semplicemente ad un incremento del profitto, ma deve necessariamente far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, imponendo una effettiva necessità di riduzione dei costi.
Tuttavia – precisa la sentenza – il giudice del merito non può sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, atteso che la stessa è espressione di libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.). Egli dovrà invece verificare in concreto l’effettività della scelta operata dall’imprenditore, la non pretestuosità della stessa e la non mera strumentalità verso un incremento del profitto. Sulla base di questi consolidati principi sono stati decisi recenti casi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
In particolare, con la sentenza 2874/2012, la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento intimato a tre lavoratori di una piccola azienda in crisi sostituiti in un primo tempo con due apprendisti. In seguito, l’amministratore della ditta delocalizza l’attività produttiva in Romania, ma, non riuscendo a sostenere i costi, cessa l’attività. Dunque, afferma l’estensore, non si è realizzata una mera sostituzione di un lavoratore a tempo indeterminato con un apprendista, bensì un ridimensionamento di personale dettato dalla necessità, comprovata dalla reale difficoltà economica, di contenere i costi. Difficoltà poi confermata dalla successiva delocalizzazione e cessazione dell’attività.
Anche in Cassazione 11465/2012 il collegio ha confermato il licenziamento di una segretaria di uno studio professionale per la reale crisi economica in cui versava. Del resto, l’effettività della scelta imprenditoriale di recedere dal rapporto di lavoro è stata confermata dalla notevole contrazione degli affari e dalla conseguente chiusura dell’anno in perdita.

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