Diritto

La riqualificazione ai fini del registro prescinde dall’elusione e non esclude il rimborso IVA

La riqualificazione ai fini del registro prescinde dall’elusione e non esclude il rimborso IVA
Ai fini dell’imposta di registro, la riqualificazione in cessione d’azienda di una pluralità di operazioni commerciali è configurabile in virtù dell’unitarietà del complesso dei beni trasferiti, a prescindere dalla prova dell’elusione. L’imposta sul valore aggiunto erroneamente addebitata in fattura è indetraibile ma il cessionario potrà richiederla al cedente, il quale ha diritto al rimborso dell’IVA versata nei termini di decadenza

Con la sentenza n. 1955 depositata il 4 febbraio 2015 la Sezione Tributaria della Suprema Corte di Cassazione ha statuito che è corretto riqualificare in cessione di azienda una pluralità di pattuizioni, seppure non contestuali, con le quali la società venditrice abbia ceduto l’intero magazzino, le materie prime, gli stampi, il materiale da imballo, i prodotti finiti e la proprietà di quelli futuri, trasferendo alla cessionaria figure professionali apicali, funzioni strategiche e rischi aziendali, a fronte di un indennizzo da spoliazione.

IL FATTO
La sentenza in commento affronta una questione frequentemente oggetto di contenzioso tributario, ovvero la possibilità per l’Agenzia di riqualificare molteplici cessioni di beni aziendali in una cessione d’azienda e per l’effetto sanzionare l’omessa registrazione dell’atto attraverso l’applicazione dell’imposta di registro e l’irrogazione della sanzione amministrativa prevista dall’art. 69 del D.P.R. n. 131 del 1986.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Secondo la Corte di Cassazione la riqualificazione degli atti sarebbe consentita in virtù del criterio fissato dall’art. 20 TUR, secondo cui ai fini dell’imposta di registro deve attribuirsi rilievo preminente alla natura intrinseca dell’atto e dei suoi effetti giuridici, vincolando l’interprete a privilegiare, nell’individuazione della struttura del rapporto giuridico tributario, la sostanza sulla forma.

In applicazione dell’enunciato principio, ciò che importa non è quindi cosa le parti hanno sottoscritto mediante i contratti conclusi bensì cosa esse hanno effettivamente realizzato col complessivo regolamento negoziale adottato. Conseguentemente, secondo la Corte è irrilevante che i contratti di cessione di beni aziendali siano molteplici poiché essi, ai fini dell’imposta di registro, vanno considerati come un fenomeno unitario allorquando siano strutturalmente e funzionalmente collegati al fine di realizzare un trasferimento di azienda.

Aderendo all’orientamento già espresso con la sentenza n. 10080/2014, la Suprema Corte prosegue chiarendo che in questo caso la cessione di azienda è configurabile a prescindere dalla sussistenza di un intento elusivo, esimendo così l’Amministrazione dall’onere di provarne i presupposti e dalla necessità di ricorrere all’abuso del diritto. Questo, tuttavia, non esclude che l’operazione economica possa anche configurare gli estremi di una elusione fiscale, ma favorisce l’Agenzia che non dovrà ricorrere a tale figura nel caso in cui siano conseguiti vantaggi fiscali mediante un uso distorto di strumenti giuridici, potendo al riguardo, supplire il criterio di cui al citato art. 20.

Altra questione controversa sottoposta all’attenzione della Corte riguarda la possibilità per il concessionario dell’azienda di portare in detrazione l’IVA, assolta erroneamente dal cedente in luogo dell’imposta di registro. Sul punto i Giudici di Piazza Cavour si pronunciano in favore dell’Agenzia delle Entrate. Ricordando che la cessione d’azienda, a differenza della cessione di beni, costituisce un’operazione esente ai sensi dell’art. 2, comma 3, lettera b), D.P.R. n. 633/1972, la Suprema Corte conferma l’indetraibilità dell’IVA assolta sugli acquisti dalla società cessionaria e chiarisce che ciò non lede il principio di neutralità fiscale.

Nel caso di specie, infatti, il cessionario dell’azienda deve essere parificato al consumatore finale che come tale è gravato per intero dal peso dell’imposta sul valore aggiunto. Sebbene in capo al cessionario non possa quindi riconoscersi il diritto alla detrazione, è fatto salvo in suo favore quello di rivalersi nei confronti del cedente per la ripetizione dell’indebito versamento IVA entro il termine decennale di prescrizione.
Diversamente, unico debitore IVA di fronte alle autorità tributarie può essere considerata soltanto la società cedente, con la conseguenza che questa ben potrà reclamare al Fisco il rimborso dell’imposta indebitamente pagata entro in termine biennale di decadenza.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 1955/2015

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