Diritto

La residenza fiscale in Italia non comporta l’assoggettamento ad IVA di tutte le cessioni

La residenza fiscale in Italia non comporta l'assoggettamento ad IVA di tutte le cessioni
In tema di imposizione fiscale IVA di operazioni eseguite in Italia da società formalmente di diritto straniero (nella specie, statunitense), l’imponibilità delle operazioni ai fini IVA non può fondarsi esclusivamente sulla circostanza dell’effettiva sede in Italia dell’impresa, dovendosi infatti valutare la sussistenza del presupposto fondamentale dell’imponibilità ai fini IVA delle operazioni, vale a dire la presenza dei beni in Italia e la circostanza che i beni non siano oggetto di cessione a paesi extra-europei

Affinchè si realizzi un’operazione rilevante ai fini IVA occorre che la cessione sia effettuata nel territorio dello Stato, ed il relativo criterio di collegamento è costituito dalla presenza del bene nel territorio suddetto. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8196 del 22 aprile 2015.

IL FATTO
Nel corso di una verifica generale presso due società, aventi entrambe sede amministrativa in Monopoli, il Nucleo Regionale Polizia Tributaria della Puglia, rinveniva in uno stanzino copiosa documentazione riconducibile ad una società di diritto statunitense, avente sede legale in New York.
A seguito di autorizzazione della Procura della Repubblica i verbalizzanti procedevano all’esame della documentazione acquisita ed all’espletamento di ulteriori indagini, miranti all’acquisizione di elementi di prova che dimostrassero il carattere fittizio della localizzazione della società negli Usa.
A conclusione di dette indagini veniva redatto PVC dal quale risultava che la società statunitense, pur se con sede legale all’estero, doveva essere considerata fiscalmente residente in Italia ed assoggettata alla legge italiana.
In forza di detto PVC venivano emessi quattro avvisi di accertamento nei confronti della società aventi ad oggetto l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi ai fini IRPEG, ILOR, IRES ed IRAP per gli anni dal 1997 al 2001.

La Ctp di Bari accoglieva i ricorsi presentati dalla società ed annullava gli avvisi di accertamento.

La Ctr della Puglia ha invece riformato la decisione del giudice di prime cure.
In particolare, la Corte territoriale ha ritenuto fittizia la localizzazione della società negli Usa e dimostrata l’effettiva residenza in Italia della società.
Inoltre, ha ritenuto non sussistere i presupposti per la detrazione delle imposte asseritamente pagate dalla società in quel paese.
Infine, ha stabilito che tutte le cessioni di beni effettuate dalla società dovevano ritenersi assoggettate ad IVA.

Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, che, nel ritenere effettuate nel territorio italiano cessioni di beni mobili, sia stata data rilevanza al luogo di residenza del cedente o al luogo in cui si era perfezionato il contratto piuttosto che al luogo in cui i beni si trovavano all’atto della cessione, chiedendo quindi alla Cassazione di chiarire se costituiscano operazioni imponibili IVA le cessioni di beni mobili esportati dall’Italia verso paesi extracomunitari.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. Osservano, sul punto, gli Ermellini, che la CTR ha fatto discendere dall’accertata residenza fiscale in Italia della contribuente e dal fatto che verosimilmente in Italia si erano perfezionati i contratti di cessione, l’assoggettamento ad IVA di tutte le cessioni effettuate nell’esercizio d’impresa in Italia. Tale assunto, evidenzia la Suprema Corte, contrasta con la normativa tributaria (articoli 7 ed 8 del D.P.R. n. 633/1972) in forza della quale affinchè si realizzi un’operazione rilevante ai fini IVA occorre che la cessione sia effettuata nel territorio dello Stato, ed il relativo criterio di collegamento è costituito dalla presenza del bene nel territorio suddetto.
Con riferimento, poi, alle operazioni relative agli scambi con l’estero, la disciplina è ispirata al principio di detassare i beni in uscita ed i servizi a questi connessi e di applicare l’IVA italiana in entrata.

A tali principi non risultava essersi ispirata la sentenza della CTR che ha erroneamente fondato l’imponibilità delle operazioni ai fini IVA sulla circostanza dell’effettiva sede in Italia dell’impresa, omettendo di valutare la sussistenza del presupposto fondamentale dell’imponibilità ai fini IVA delle operazioni, vale a dire la presenza dei beni in Italia e la circostanza che detti beni non fossero oggetto di cessione a paesi extra-europei.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Affinchè si realizzi un’operazione rilevante ai fini IVA occorre che la cessione sia effettuata nel territorio dello Stato, ed il relativo criterio di collegamento è costituito dalla presenza del bene nel territorio suddetto.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 8196/2015

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