Diritto

La prova della comunicazione per iscritto del licenziamento non può essere sostituita dalla deposizione dei testi

La prova della comunicazione per iscritto del licenziamento non può essere sostituita dalla deposizione dei testi
La prova della comunicazione per iscritto del licenziamento non può essere sostituita dalla deposizione dei testi su tale circostanza, non essendo ammessa la prova testimoniale di un contratto (o di un atto unilaterale) di cui la legge preveda la forma scritta a pena di nullità se non quando il documento sia andato perduto senza colpa

La prova della comunicazione per iscritto del licenziamento non può essere sostituita dalla deposizione dei testi su tale circostanza, non essendo ammessa la prova testimoniale di un contratto (o di un atto unilaterale) di cui la legge preveda la forma scritta a pena di nullità se non quando il documento sia andato perduto senza colpa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11479 del 3 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal licenziamento intimato da una società al proprio dipendente. In particolare, se da un lato la società aveva prodotto in corso di causa la lettera di intimazione di licenziamento con la dicitura, in calce, della sua avvenuta lettura al lavoratore (comprovata dalla deposizione di due testi che avevano, altresì, confermato il rifiuto del lavoratore di sottoscrivere la lettera per ricevuta), dall’altro il lavoratore negava, a monte, di aver mai ricevuto lettura e/o tentativo di consegna a mani dell’atto di licenziamento.

La Corte d’Appello ha rigettato il gravame interposto dal lavoratore contro la pronuncia del Tribunale che ne aveva respinto l’impugnativa del licenziamento disciplinare intimatogli dalla società.

Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore, censurando la decisione della Corte territoriale per avere ritenuto soddisfatto il requisito della forma scritta del licenziamento in base alla deposizione di due testi (funzionari della società), che avevano riferito di aver redatto un verbale di avvenuta lettura e consegna della lettera di licenziamento al lavoratore, che ciò nonostante aveva rifiutato di sottoscriverlo: obietta, invece, l’inammissibilità della prova orale della comunicazione del licenziamento, atteso che l’art. 2 della legge n. 604/66 prevede che il licenziamento debba essere comunicato in forma scritta; inoltre, ex art. 2725 del codice civile, quando per legge o volontà delle parti un atto unilaterale o contratto deve essere provato per iscritto, la prova per testimoni è ammessa soltanto nel caso indicato dal n. 3 dell’art. 2724 (cioè quando il contraente abbia, senza colpa, perduto il documento che gli forniva la prova).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal lavoratore. Sul punto, osservano gli Ermellini che, ai sensi dell’art. 2, commi 1 e 3 della legge n. 604/66, è stabilita per il licenziamento la “comunicazionein forma scritta a pena di inefficacia (rectius, l’inefficacia consegue alla nullità per difetto di forma prescritta ad substantiam: cfr. Cass. n. 13543/02), forma scritta che a sua volta può essere quella della lettera anche non raccomandata, o di qualunque altro scritto.
Il licenziamento, avendo natura recettizia, produce i propri effetti quando sia giunto a conoscenza del destinatario, conoscenza presunta ex art. 1335 del codice civile quando l’atto sia pervenuto al suo indirizzo o gli sia stato materialmente consegnato a mani proprie, circostanza – quest’ultima – che può essere dimostrata, ad esempio, dalla sottoscrizione per ricevuta apposta in calce alla lettera medesima o anche attraverso prova testimoniale.

Invero – precisa la Suprema Corte -, una cosa è la forma dell’atto contenente la manifestazione di voler recedere dal rapporto (e questa può essere solo scritta), altro è il mezzo della concreta trasmissione dell’atto medesimo (mediante corriere, servizio postale, consegna a mano etc.), come la stessa Corte ha avuto modo di puntualizzare nella sentenza n. 23061/07.

Nel caso di specie è – a monte – contestato che al momento dell’estromissione dall’azienda al lavoratore fosse stato letto, mostrato o consegnato uno scritto contenente la volontà datoriale di recesso.
A tal fine – proseguono i giudici -, la sentenza impugnata ha erroneamente dato credito alla deposizione di due testi (che avevano riferito di aver letto e consegnato la missiva al destinatario), trattandosi di testimonianze inammissibili (come eccepito dal lavoratore), non essendo consentita la prova testimoniale di un contratto (o di un atto unilaterale, ex art. 1324 del codice civile) di cui la legge preveda la forma scritta a pena di nullità se non nel caso indicato dal precedente art. 2724 n. 3 del codice civile, vale a dire quando il documento sia andato perduto senza colpa (circostanza che la società non aveva allegato).
Si tratta di divieto di testimonianza che ne importa inammissibilità rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio (attenendo a norma di ordine pubblico).

Pertanto – conclude la Suprema Corte -, non potendosi provare in via testimoniale la – controversa – comunicazione per iscritto del licenziamento, lo stesso risulta nullo per difetto della forma prevista ex lege.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Art. 2, commi 1 e 3, della legge n. 604/66
1. Il datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro.
2. (…)
3. Il licenziamento intimato senza l’osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 é inefficace.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 11479/2015

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